martedì 18 aprile 2017

From inside

La sera prima di tornare in Calabria per le vacanze di Pasqua, in mezzo al caos della mia stanza, ho visto sul comodino un ago di pino. O meglio, di abete.
Non ho idea di come sia arrivato lì, ma sicuramente è scappato da uno dei tanti pezzi di vita che ho riportato da casa di Gheri.

Sono rimasta a fissarlo per qualche secondo e avrei voluto sorridere al ricordo di quell'albero di Natale che abbiamo fatto insieme, decorandolo con tutte le cose che amavamo, a cui abbiamo dato un nome e che è stato di certo l'albero di Natale più bello che io abbia mai fatto.
Avrei voluto sorridere, ma non ce l'ho fatta. Perché ricordo distintamente ciò che pensavo mentre guardavo Gino (così lo avevo chiamato): ci potrà mai essere qualcosa di più bello di questo? Cosa dovrò inventarmi per i prossimi Natali insieme? E' davvero bellissimo.
E Gino aveva un nome buffo, era carico all'inverosimile, era anche tutto storto, ma era bello, bello davvero perché era pieno dei nostri sentimenti. Tanto che invece di chiedere il rimborso all'Ikea per l'acquisto dell'albero, come ci eravamo prefissati, l'abbiamo tenuto lì per mesi, fin quando proprio non si è seccato del tutto, e allora lo abbiamo smontato con delicatezza e l'abbiamo salutato con tutti gli onori.
Ogni volta che sono rientrata in sala guardavo il vuoto lasciato e mi veniva un po' da piangere.

E ancora mi chiedo come io sia sopravvissuta al vuoto immenso che ho visto in quella casa quando sono andata via con le mie cose.
Io non lo so.

Così come non ce l'ho fatta a sorridere fissando il comodino nella penombra, così come non ce l'ho fatta nemmeno a buttare via quel minuscolo ago di abete, non ce l'ho fatta nemmeno a toccarlo.
La mattina dopo sono partita ed è rimasto lì, insieme al caos della mia vita, insieme alla busta piena di cose di Gheri che non vorrei vedere mai più, eppure è ancora lì perché so che troverò altre cose che mi feriscono da metterci per poi chiuderla, insieme a tutte le altre, nello sgabuzzino.
Non so come sia successo, ma non avrei mai voluto che anche lui finisse lì.


Sono arrivata in Calabria e ho tirato un sospiro di sollievo: nella mia stanza ho vissuto infiniti momenti oscuri, ma almeno lui non è mai stato qui.
Prima di andare a dormire, dopo quel lunghissimo giorno di viaggio, saluto mio padre e trovo sulla sua scrivania il cd che gli avevo detto di ascoltare perché era tanto bello, perché era frutto della mente e delle mani e della passione di Gheri e io ne ero così orgogliosa ed innamorata, che doveva assolutamente ascoltarlo anche lui.

Sono rimasta ferma sulla porta ad osservare quel cd su quella scrivania, e mi sono chiesta cosa avrei dovuto fare, ancora una volta. Non volevo far ricadere la colpa su mio padre, che semplicemente l'aveva dimenticato lì e non l'ha neppure mai ascoltato, quindi l'ho preso, sforzandomi di ridere, dicendo che era meglio se non rimaneva in giro, e l'ho chiuso nel cassetto dei ricordi in camera mia.
Poi mi sono seduta sul letto e mi sono sentita completamente svuotata.
Le sue canzoni continuano a risuonarmi nella mente, anche se ormai non accendo neppure il mio iPod per paura che la riproduzione casuale mi infligga qualcosa che io non riuscirei a sopportare.

In questi momenti devo sempre ricordarmi che l'enorme posto che lasciano le cose grandi quando se ne vanno via deve essere riempito da tante cose piccole. Ed è quello che sto provando a fare, ogni giorno, per non dare ascolto alle spaventose voci che albergano nella mia testa.
Ma, nonostante sia abituata a conviverci, è difficile scacciarle ogni volta, difficile ripetermi che non vale nemmeno la pena piangere, difficile pensare al futuro.

Quale futuro, poi?
In nome di cosa devo sperare?
E sperare in cosa?





ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

mercoledì 12 aprile 2017

I'm back.


Sono passati mesi da quando ho scritto l'ultima volta qui.
Ad un certo punto questo posto è diventato il mio rifugio, il luogo in cui potevo scrivere liberamente, ma dove passavo nel momento in cui sapevo che non potevo farlo altrove.

E poi è arrivato Dicembre e sapevo che avrei dovuto fare il mio solito post riassuntivo di fine anno, quello che col passare del tempo riguardo e mi ricordo cosa ho vissuto, mi ricordo cosa ho fatto, mi ricordo chi ho conosciuto, chi ho perso, quale dolore ho subito, cosa sono diventata.
E, semplicemente, non ce l'ho fatta. Non me la sono sentita.

E' proprio vero, e finisco sempre col ripetermelo alla fine, che si stava meglio quando si stava peggio: anche nei momenti peggiori passati con M., o con chiunque altro, ho trovato la forza di scrivere. Lo scrivere mi ha sempre tenuto in vita, insieme a poche altre cose.
E invece l'anno scorso i momenti terribili sono stati così profondi, così lunghi, così abissali, che riportarli anche solo suntivamente in un elenco di ricapitolo di fine anno sarebbe stato atroce.
E inoltre mi ero messa in testa che ormai, a giudicare dalle scelte che avevo fatto e che stavo facendo, ero diventata ufficialmente una persona adulta ed era inutile continuare a perdere tempo in cose del genere. In pensieri inutili e laceranti. Mi sono ripromessa di farlo, certo, ma non ci credevo, e così alla fine ho lasciato trascorre i giorni, ed i mesi, e non l'ho più fatto quel benedetto post.

Ma non sono qui per farlo ora, perché va bene così. Va tutto bene così, perché è l'unico modo in cui può andare.
Sono qui perché le cose sono esplose ancora e ancora e ancora, e io ho fatto nuove scelte con conseguenze devastanti, ma sono ancora in piedi, traballante, a volte cado, ma tengo duro.
Devo tenere duro. Anche se non vorrei, anche se la maggior parte del tempo non vorrei.
Ci sono dei piccoli momenti che mi ricordano di farlo, ci sono grandi persone che mi ricordano di farlo.

E quindi ho deciso di tornare a scrivere "a tempo pieno", o meglio come mi sento, perché non ho un obiettivo preciso, se non quello di provare a strapparmi dal petto un po', almeno un po', del dolore che mi porto dentro, dei ricordi che mi porto dentro e che ogni giorni ed ogni notte mi assillano e io non posso davvero trascinarmeli dietro in silenzio, o lasciare che ammorbino troppo chi ho attorno.
Forse nessuno leggerà mai queste parole, ma non mi importa.

Ho solo bisogno di dire cose che non potrei, ma che ho bisogno di dire.
Come, per esempio, il dolore che ho provato poco fa ad entrare sul profilo Facebook di mia madre e trovare ancora la foto, in abiti storici, con gli occhi innamorati, di me e Gheri.
Forse dovrei smettere di usare questo nomignolo. Ma tutti quelli citati su questo blog hanno il loro nome, il nome che gli ho dato negli anni, e quindi stringerò i denti, e almeno qui, almeno in queste righe, almeno in fondo ad una parte che sto cercando seppellire del mio cuore, resta così, resta quella persona che è già svanita dalla mia vita, nonostante ci abbia creduto e ci abbia provato con tutta me stessa.

E' un po' triste come ritorno e non credo che i prossimi post saranno da meno: grevi, pesanti, melanconici. Ma miei. Spero soltanto che serva a qualcosa.
Che serva a qualcosa tutto il dolore che provo.



ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

mercoledì 30 novembre 2016

Autoritratto.

Oggi non sono andata all'incontro di scrittura per vari motivi: ho freddo, poca voglia di vivere e non ho avuto tempo/testa per scrivere sull'argomento di oggi.

Nel frattempo però posterò ciò che ho letto la scorsa settimana: all'inizio ho pensato che avrei portato un vecchio flusso di pensieri pubblicato su Sei Autori in cerca di Storie, ma poi rileggendolo mi sono resa conto che era veramente troppo datato (oltre che lungo) e per molte cose non mi ci ritrovavo più; per cui mi sono ritrovata ad un'ora dall'incontro a scrivere su un muretto della coorte della biblioteca delle Oblate sull'argomento del giorno, che era Autoritratto (e al cui risultato non ho dato un titolo diverso da questo!):


La parte più complessa del dipingersi è preparare i colori: prelevare minuscole quantità di pigmenti, mischiarle fino a creare il giusto equilibrio, aggiungere il legante senza farli impazzire e mettere da parte tutte le briciole di razionalità prima di iniziare.

VERDE
A volte provo ad immaginare di che cosa potrei essere fatta e mi si riempiono le narici di petricore: sono tutti i prati che ho visto, le foglie vibranti, il colore del bosco, un cristallo verde di calma, quel colore che anche in penombra sembra vivo, il luogo che chiamo forte in tutti i momenti striscianti che mi fanno soffocare, il muschio alto e morbido, la collina, il frinire dei grilli, e tutto il resto.

VIOLA
La mia mente va dove io non oso, e a volte si perde, tornando ammaccata. A quel punto devo soffiarle in gola e lei, dopo una quantità di tempo variabile, batte le palpebre, mi fissa e varca la soglia, sorridendo. Io le faccio un cenno col capo e so già che quello sarà un bel giorno, in bilico tra la pace e il sentore di pericolo; lei poi esce, accompagna i miei passi da lontano, sparisce, ed io respiro.

NERO
Apatia, o male che pervade ogni singola fibra del corpo, che fa desiderare di perdere i sensi, che obnubila la mente; oppure sentire il sangue amarissimo che il cuore pompa non giungere alle estremità perché evapora dolorosamente dalle vene, lasciando il vuoto più assoluto; o anche la paura, perdersi in un mondo lontanissimo in cui tutto sfuma e sfugge, in cui l'idea di vivere è sentirsi raggelare nel tentativo di farlo senza comprenderne il motivo; l'inquietudine, la certezza di fallimento, di incomprensione, di terrore. Il riposo, l'accoglienza, il silenzio.

ROSSO
Le persone si fermano a guardare il tramonto e se gli chiedo il perché rispondono: "è bello il sole, guarda come fa brillare il mare, e tutto si fa rosso!". Io lo guardo e vedo l'orizzonte in fiamme, quella sfera luminosa annegare, penso che sotto la superficie dell'acqua ci siano strane creature che non hanno bisogno di aria per respirare, e fondali marini, che fra poco sarà buio e le barche dei pescatori usciranno, e chissà se resterà tutto calmo, chissà se prenderanno abbastanza pesci, ma poi in quale punto del mondo starà sorgendo l'alba adesso? Di che tono è l'aurora in quel posto? Che lingua parlano? Lì ce l'hanno il mare? Ogni volta annuisco e rispondo: "già, è bello il sole quando tutto si fa rosso", e mentre fisso il tramonto penso sempre che la luce radente di quell'ora mi fa pizzicare gli occhi e, talvolta, mi fa piangere.

Alla fine fisso il risultato come in uno specchio e di fronte a me vedo solo un impiastro di chiazze e schizzi. Sospiro, scuoto e le spalle e mi dico che questo dopotutto non è il mio autoritratto: questo è solo un minuscolo frammento della mia anima.


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Nonostante avessi finito di scrivere tutto quasi di getto qualche minuto prima di andare all'incontro, quando è arrivato il mio turno ero insospettabilmente agitata, per cui la mia voce ha tremato un po': forse è stato perché in questo flusso di pensieri c'era davvero del mio, forse perché sapevo che tra il "pubblico" c'era anche un editore (che in realtà si è limitato a dei commenti perlopiù stilistici verso chi aveva portato qualcosa in prosa), ma comunque è andata bene! Non appena ho finito di leggere ognuno dei presenti ha iniziato ad esclamare un colore, dicendomi quale era stata la sua parte preferita. Alla fine, rileggendolo anche ora, sono stata contenta di aver provato ad usare i miei colori, proprio come un pittore avrebbe usato i propri per dipingere il suo autoritratto.




ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

giovedì 24 novembre 2016

Scrivere.

E' da un po' che il mio "blocco dello scrittore" va avanti.
La mia vita cambia così velocemente che non riesco a stargli dietro, ma sto imparando a prenderla semplicemente così come viene, o almeno spero.

Da due settimane, per fare qualcosa di nuovo, mettermi alla prova e cercare di riprendere a fare quello che mi è sempre piaciuto e mi ha sempre aiutato, scrivere, ho iniziato a frequentare, insieme al buon Bob che ormai vive a Firenze anche lui da un anno, un'associazione di Scrittura Creativa in centro.

Mi sono trovata bene e ho deciso di restare: ogni settimana viene scelto un tema su cui scrivere per la settimana successiva, quindi è stimolante farlo, o anche semplicemente ascoltare e commentare i lavori degli altri.
Non sono mai stata una persona costante, ma mi piacerebbe iniziare ad esserlo, almeno in alcune cose.
Così ho deciso che pubblico qui, così da tenere vivo questo blog che ho aperto proprio con questa voglia di scrivere ormai più di dieci anni fa, le cose che leggo ogni mercoledì sera al corso di scrittura.

A volte sono brani che avevo già scritto (come quelli che pubblicavo su Sei Autori in cerca di Storie), a volte mi ispiro solamente a cose passate, e altre volte scrivo ex novo, o almeno ci provo; posso scrivere racconti, poesie, flussi di pensieri, qualsiasi cosa, e questo mi aiuta molto.

Durante la prima settimana è stato estratto il tema "Legami", inteso come sensualità (infatti questo brano è decisamente VM18!). Ho così deciso di riproporre, correggendolo un po', il primo racconto che pubblicai proprio su Sei Autori.
E' stato difficile, visto l'argomento, per me l'unico che abbia scritto del genere, leggerlo ad alta voce davanti a tutti, ma in qualche modo sono stata orgogliosa di essere riuscita a farlo.
Bob mi ha poi ricordato che in realtà all'epoca l'avevo dedicato a lui perché mi aveva sfidato a scrivere qualcosa ispirandomi alla canzone popolare "A Cammesella", e questo mi ha fatto sentire decisamente meglio!


Quindi ripropongo qui questa versione aggiornata di Awareness:

Il buio era denso, quasi palpabile.

La sensazione di poterlo afferrare era aumentata dalla consistenza stessa dell'aria: piena di odori, fumi, spezie, forse incensi.

L'atmosfera era inspiegabilmente calda, nonostante non vi fosse in quella stanza alcuna fonte di calore e la stagione fuori non fosse molto mite.

L'unica sensazione di freddo le proveniva dal solo punto di contatto con il mondo circostante: il pavimento. Sembrava di marmo, lo sentiva liscio sotto le sue ginocchia coperte dal velo dei collant.

Ormai il suo respiro si era calmato: all'inizio era affannoso per la paura, per il terrore e per la difficoltà di respirare attraverso il fazzoletto che le copriva la bocca, ma che inevitabilmente finiva per tapparle in parte anche le narici.

Poi, molto lentamente, si era calmata, le lacrime avevano smesso di sgorgarle dagli occhi e sbavarle il trucco, oltre che a peggiorarle ulteriormente la respirazione.
Iniziò ad usare il cervello, a capire come era arrivata lì e come poteva uscirne. Ma non aveva fatto molta strada: era al buio, in ginocchio a terra, imbavagliata, con polsi e caviglie legate.

Non sapeva definire quante ore fossero passate, ma dubitava fossero molte perché non provava ancora nè fame, nè sonno.
In realtà tutti i suoi sensi erano annullati: la vista, il tatto, l'udito, il gusto... Tutti tranne l'olfatto, che continuava a percepire profumo di incenso.

La sua situazione poteva apparire tragica, ma in fondo adesso non provava più paura: quello che sentiva era un misto di adrenalina ed eccitazione che le mantenevano la mente sveglia alla ricerca di una soluzione per la situazione in cui versava.

Infine i suoi pensieri vennero interrotti.

Una porta nel buio si aprì lasciando trapelare un po' di luce che, per quanto lontana e soffusa, la accecò e stordì. Dovette battere più volte le ciglia, già impastate dalle lacrime secche, prima di riuscire a vedere.

Appena sollevata la testa dalla posizione ranicchiata la prima cosa che vide furono due ginocchia che calzavano dei jeans blu, molto scuri.

Istintivamente alzò il viso e lo vide.

Era lui, era proprio lui, non c'era dubbio, non si era immaginata tutto: era stato lui a condurlo in quel luogo.

"Dove sono?" provò a dire, avrebbe voluto urlarglielo, ma quello che ne uscì fu solo un mugugnio indistinto per via del pianto sommesso a cui erano state sottoposte le sue corde vocali e per via del bavaglio che, stupidamente, aveva dimenticato di avere sul volto.

Lo sgomento la invase e gli occhi le si inumidirono di nuovo. Cercò di dimenare i polsi, le caviglie, non tanto perché sperasse di liberarsi, ma quanto per lanciare un messaggio all'uomo che suonasse come un "ti prego, liberami".

Lui, dal canto suo, restò a fissarla qualche istante mentre si rendeva, probabilmente, così ridicola, poi andò in un angolo della stanza e accese diverse candele, con calma, una alla volta, fin quando il luogo non fu pieno di una tenue luce. A quel punto richiuse la porta e si sedette su una poltrona non lontana da lei, che era ora emersa dall'oscurità.

Lei continuava a fissarlo con sguardo implorante e lui continuava a fissarla con sguardo divertito.

Infine aprì un cassetto del mobile vicino alla poltrona e ne tirò fuori un coltello.
La donna sbiancò: non poteva arrivare a tanto, non poteva andare così.

L'uomo si rimise in piedi, le si avvicinò e si ranicchiò accanto a lei afferrandole i capelli, tirandoli e facendola gemere, facendo sgorgare nuove lacrime e al contempo abbassandole il bavaglio e forzando le sue labbra con la lingua, solo come uno scassinatore apre di violenza una porta ben blindata.
Lei provò ad opporre resistenza, dimenandosi, mugugnando, ma ogni movimento del capo troppo brusco veniva ripagato con una stilettata di dolore dritta nel cuoio capelluto.

Alla fine il mulinare di quella lingua nella sua bocca cessò e lei si ritrovò senza fiato e con la voce ancora tremula quando provò a dire "ti prego, lasciami andare!", come se lo volesse sputare via dal petto.
L'unica risposta che ottenne fu un sonoro schiaffo in viso, non tanto forte da tramortirla, ma abbastanza da farle sentire pulsare e bruciare la pelle.
Mentre le lacrime scorrevano ormai copiose, l'uomo si flettè in avanti con il coltello in pugno, tagliando con un gesto rapido e sicuro le corde che le tenevano fermi polsi e caviglie; poi slegò definitivamente il bavaglio e gettò tutto lontano da loro, anche il coltello.

Avrebbe voluto alzarsi, scattare in piedi e correre via, ma non ce la fece: le gambe le tremavano e il cuore le batteva all'impazzata. L'uomo placidamente tornò a sedersi sulla poltrona, riprendendo a fissarla.

Ci mise qualche minuto a riprendersi e la prima cosa che fece fu guardarsi, guardare i propri abiti, le proprie gambe, le proprie mani, inspiegabilmente di nuovo libere; indossava ancora il soprabito che aveva quando era uscita di casa.

Il suo stupore, il suo terrore furono interrotti dalle parole dell'uomo: - Avanti, alzati. -

La sua voce era dolce e calma in modo impossibile per quella situazione. La donna sentiva di non poter perdere l'occasione e lo fece: le gambe le tremavano ancora, ma capì che alle sue spalle c'era un muro non troppo lontano, così indietreggiò e si appoggiò con le braccia e parte delle spalle ad esso.

- Molto bene. -

Seguirono lunghissimi istanti di silenzio in cui lui non le toglieva lo sguardo di dosso, sorridendo in modo enigmatico, e lei si guardava attorno, smettendo lentamente di tremare e dando di nuovo dignità al suo volto, o almeno così credeva, asciugandosi le lacrime.

Per ultimo puntò gli occhi sulla porta. In quell'istante l'uomo parlò ancora:
- Adesso levati quel soprabito. -

Le parole le risultarono quasi conviviali: le sembrava che fosse stata invitata a prendere un thè e la sua amica le chiedesse in modo educato il soprabito per appenderlo all'ingresso.

Deglutì e per qualche secondo l'unica cosa che percepì fu il battito del proprio cuore. Ciò che la inquietava di più era il suo sguardo: calmo e impassibile nonostante la situazione.
Lo assecondò e si tolse il soprabito, portandoselo ben ripiegato sul braccio. L'uomo si lasciò sfuggire un ghigno di approvazione.

- E ora la gonna. -
D'istinto la donna guardò le proprie gambe, come a chiedergli inconsciamente "questa gonna?!", rispostando subito dopo lo sguardo su di lui, con la solita espressione di stupore e paura.

L'uomo captò quei segnali e ribadì, con lo stesso tono calmo e freddo:
- Levati la gonna, ho detto. -

Il cuore ricominciò a batterle all'impazzata, le membra ripresero a tremarle, tanto che il soprabito le scivolò a terra dal braccio e le lacrime smisero nuovamente di seccare.
Con mani vibranti si portò le dita alla cerniera laterale della gonna, la abbassò e lasciò che scivolasse a terra, per poi trarne fuori con delicatezza, per paura di cadere dal tremore delle sue ginocchia, prima un piede e poi l'altro.

Era spaventata, ma l'imbarazzo ancora non la pervadeva perché indossava una sottoveste di seta rosa al di sotto dei vestiti, che la copriva fino a metà coscia.
L'uomo annuì debolmente, ma subito incalzò brusco:
- La camicia. -

Lei aveva ormai capito e se la tolse, sbottonandola velocemente per quanto il tremore glielo permettesse, rassicurata dalla sua sottoveste che le avrebbe coperto anche il busto, come un vestito.
La camicia scivolò giù dalle braccia al suolo, vicino alla gonna e al soprabito.
A quel punto lui sembrò rilassarsi: si abbandonò sulla poltrona, con una grande espressione di soddisfazione, le sembrava che stesse per scoppiare a ridere.

E rimase lì, per un tempo indefinito, sicuramente più di qualche minuto. Un brivido percorse la sua schiena, ormai seminuda, con la consapevolezza che poteva andarsene in qualunque momento, ma invece era ancora lì, in sottoveste, a fissarlo.

Iniziava a sentirsi in imbarazzo, cambiò posizione strofinando le gambe fra di loro, come per riscaldarle.
Percepiva ancora il velo dei collant, sebbene guardandoli si accorse che fossero strappati in più punti; sentiva la schiena e i polpacci pesanti per via dei tacchi che ancora indossava; si trovò umida e calda fra le gambe strette.
Lentamente un rossore le tinse il volto e il collo, ma era comunque troppo buio perché lui se ne accorgesse.

Trascorse così del tempo inquantificabile.
Infine, però, il momento giunse:
- Levati la sottoveste. -

Il suo volto era tornato serio, la sua voce calma, ma stavolta lei non ubbidì: tutta quella nuova consapevolezza l'aveva resa, anziché più forte o decisa o fredda, più vulnerabile.
"No, ti prego..." provò a rispondere con cautela, ma le sue parole fuoriuscirono ancora una volta troppo flebili, insicure.

Solo a quel punto lui scattò in piedi, in una maschera d'ira e le gridò contro con tutto il fiato che aveva in corpo: - LEVATELO, HO DETTO, SGUALDRINA! -

Il cuore le balzò in gola, martellando, nel terrore, nell'eccitazione.
Gli occhi le si inumidirono per l'ennesima volta, ma non furono i soli a farlo.

Rabbrividendo e fremendo si abbassò le spalline e provò a farsi scivolare via l'indumento che però faceva presa sulla schiena leggermente sudata.
Ma anch'esso scivolò a terra, alla fine.

Solo allora l'uomo le si avvicinò e le pose le mani in vita, scuotendola, infilando le dita all'interno dei collant, squarciandoli, lacerando l'elastico, tirando, lasciando solamente qualche filo penzolante e qualche macchia di tessuto dal ginocchio in giù.

Lei scoppiò a piangere, singhiozzando, mentre percepiva le proprie mutandine completamente intrise di umori.
La incollò al muro, facendo aderire il proprio corpo coperto da indumenti che le apparivano come carta vetrata sulla pelle, ormai quasi del tutto nuda: l'aveva immobilizzata.

Ma si fermò.
Le sussurrò lievemente all'orecchio:
- Baciami adesso. -
E lei lo fece, quasi d'istinto.
Lui ricambiò per qualche istante l'intenso bacio, ma subito dopo la afferrò nuovamente dai capelli, facendola urlare, trascinandola fino alla poltrona e sbattendocela sgraziatamente sopra con l'addome contro uno dei braccioli imbottiti, cosicché lei affondasse con il viso sul sedile, fino a quasi soffocare, spinta dalla mano di lui.

Poi le allargò le gambe, rimaste tese, e con una mano si fece scendere la cerniera dei jeans, abbassandoli e rivelando il suo sesso già del tutto eccitato, mentre con l'altra, violentemente, le strappò via gli slip fin troppo bagnati e glieli affondò in bocca, proprio nel momento in cui lei aveva provato a sollevarsi e a respirare.

Un istante dopo fu dentro.
E anche stavolta lei non potè urlare.


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Spero di non aver turbato i più suscettibili, non è una cosa che ho provato io (di certo non ci avrei scritto un racconto, lol) e spero di non aver fatto troppi errori di battitura, ma non ho veramente voglia di rileggerlo dopo essermelo fatto venire a nausea per la preparazione psicologica che mi sono fatta per doverlo leggere davanti a tutti XD
Non vedevo l'ora di finire mentre ero lì, ma sono riuscita a mantenere la voce abbastanza ferma e a dare una buona intonazione (=
Alla fine, comunque, è andata bene: mi hanno detto che sono stata molto descrittiva, che non doveva essere stato facile creare un racconto su un'esperienza del genere e che sì, si capiva, nonostante avessi mantenuto appositamente il confine labile, che si trattava di un "gioco di ruolo" e non di una violenza.

Quindi questo è stato il mio battesimo di fuoco!




ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

giovedì 10 novembre 2016

IL MIO PASSATO

Sono un grumo fatto di ogni persona che mi è passata attraverso, di ogni libro o canzone che mi ha fatto piangere, di ogni pezzo che ho perso e di quelli che mi sono costruita da sola.

Ho sentito colare via la mia anima dalle fessure dell'esistenza tante volte da non ricordare neppure più quanta ne avevo all'inizio di tutto.
Ho sentito il buio penetrare attraverso i pori della mia pelle ed entrare in circolo, ho sentito il cuore pomparlo in ogni vena ed arrivare ad oscurarmi la mente.
Ho sentito le mie emozioni morire e le ho sentite esplodere, ma quasi sempre dentro me.

Mi sono chiesta una moltitudine di volte che ripercussione possa avere sul mondo, sull'universo, su tutto quanto, ogni lacrima versata da qualcuno, ma alla fine ho capito che questa domanda non ha senso.
Sono io la mia terra, la mia roccia; è me stessa che respiro, l'ossigeno di cui mi nutro; mi abbevero con le mie mani, con la mie la labbra, con la mia gola; è dentro me il fuoco che rende ogni cosa viva.

Ci ho messo venticinque anni a guardarmi allo specchio, e ancora a volte non riesco a farlo.
Venticinque anni trascorsi a imparare a respirare, a vedere, a parlare, a camminare, a capire, a leggere, ad apprendere, ad ascoltare, ad amare, a vivere. Ma non sono sicura di saperlo fare bene, ancora.

Sono io il mio passato, e lo sento gravare sopra me pesante, a volte pesantissimo, ma io spingo sulle gambe e metto un piede dietro l'altro su una strada che ormai non so più dove va, se non avanti.

Cambiare, accettare ogni cosa, avere coraggio: questo mi ha insegnato ciò che ho vissuto.







ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

lunedì 3 ottobre 2016

resilience


Sono ancora viva.
In qualche modo, non so nemmeno io bene come, mi sono rimessa in piedi e vedo le cose rimettersi in ordine: non so se sia quello giusto, ma è qualcosa.
Quella che è ancora in disordine sono io e, sempre più spesso, penso a tutte le cose che vorrei fare,e che non sono in grado di fare, e non so nemmeno io su cosa dovrei concentrarmi fino in fondo, cosa dovrei escludere del tutto, cosa proprio non fa per me.
Ci penso e sento l'aria che respiro bruciarmi nelle narici, quasi come se dovessero iniziare a sanguinare da un momento all'altro.

Non so bene dove sono, ma almeno so che ci sono, ancora.
Da ogni cosa brutta nasce qualcosa di buono, se lo si sa trasformare.
E, in questo, almeno in questo, ormai sono brava: ogni volta mi sono rialzata più forte e se c'è una cosa che so è che non mollerò.

Mollare cosa? mi chiedo.
Me stessa, mi rispondo.

E' già tanto, o almeno credo.



ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

giovedì 8 settembre 2016

apnoea

Mi dicono "datti tempo", ma ogni giorno che passa è sempre peggio. La mia tolleranza a questo dolore si fa sempre più debole e i pensieri che non dovrei fare più forti.

Ho paura ad andare a dormire perché i miei sogni sono pieni di angoscia, ma gli incubi peggiori sono quelli dove c'è lui vicino a me così vivido da sembrare vero.
Mi sveglio e piango e non so gestire i battiti del mio cuore e mi chiedo come accettare tutto questo.
Mi chiedo come farlo senza la cosa che mi ha tenuto viva negli ultimi quattro anni, la rievocazione, la cosa che mi ha reso più felice.

Non so come andrà tutto il resto, nessuna notizia sembra certa.
Non so cosa ne sarà di me e non mi spaventa nemmeno più perché non mi importa: non sono curiosa di vedere cosa ci sarà domani.

Vorrei addormentarmi in un sonno senza sogni e non svegliarmi più perché ogni risveglio è pieno di vuoto e terrore.

Anche se sto chiedendo aiuto a chi ho vicino, senza il quale sarei già morta, sono sola, sola con la mia testa che ogni istante mi sussurra immagini terribili.

Ogni respiro è fatto di angoscia.

mercoledì 7 settembre 2016

nothing

Niente.
Non è rimasto più niente di me perché le cose più importanti non esistono più.

Ci sono persone che mi fermano i pensieri, mi fermano le mani quando tutto sta precipitando, ma la mia mente pensa solo al dolore e il mio cuore non regge e mi spegne.

Non ho motivi per vivere ancora, mi limito a sopravvivere per non dare dolore a chi mi vuole bene.
Ma è tutto così insensato.

Il battito del mio cuore mi ricorda ogni istante che è sbagliato: perché il battito di un cuore in polvere si riconosce.

Polvere, sono solo polvere e vorrei volare via nel vento e scomparire.

Mi chiedo ancora come sia possibile sopravvivere a tutto questo e che sarebbe tutto più giusto e naturale morire e basta quando il dolore diventa così grande. Quando si ascoltano certe parole semplicemente bisognerebbe spegnersi, proprio come quando si viene uccisi.

Ed è questa la cosa che mi rende così spenta e confusa: sono stata uccisa, eppure respiro ancora.

Cosa me ne faccio dell'ossigeno, dell'acqua, della vita?

mercoledì 31 agosto 2016

loss


Una sorta di cupa calma si sta impadronendo di me.
Qualcosa che va oltre l'accettazione, oltre la rassegnazione.
L'unico modo in cui riesco a definirla è perdita.
Di ogni cosa, di speranza, di sentimenti.

So che loro sono lì, da qualche parte, e ogni tanto escono fuori e mi fanno così tanto male che non posso far altro che provare a guardarli con distacco, come se non mi appartenessero, come se stessi guardando un film triste.

So che devo sopravvivere e quindi inevitabilmente convivere con tutto questo.
Convivere con le mie delusioni, con i miei errori, con i miei problemi, con i miei fallimenti.
E, se accettarli è così difficile, almeno posso accettare il dolore che ne consegue.
E' mio, è con me, e non andrà mai via, almeno non del tutto.
Ormai mi sento pronta anche a riceverne ancora. Magari prima o poi finirò in ginocchio, magari no.

Sono pronta a tutto e non ho più paura di nulla.
Pensavo che quando fosse arrivato questo giorno, sarebbe stato bellissimo.
E invece non è così.


Una volta ero viva.






ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

venerdì 26 agosto 2016

another day


E ancora un altro giorno riapro gli occhi.
Ancora un altro giorno cerco di elencare e poi cancellare il più velocemente possibile i miei sogni peggiori, un altro giorno in cui resto a letto a ricapitolare se ho ancora tutto dove dovrebbe essere, in cui non voglio alzarmi per guardarmi lo specchio perché scoprirei, ancora un altro giorno, i miei occhi spenti, il corpo pieno di segni di questa battaglia e vedrei chiaro e nitido il vuoto che si apre nel mio petto, vorticando.

Ancora un altro giorno in cui c'è qualcuno che mi dice "alzati!", che mi dice di pensare alle cose da fare, alle cose belle, e io annuisco e invece sono ancora qui, sotto questo lenzuolo che non sento come coperta, ma come sudario.

Non esiste più un posto dove io sia al sicuro. La pace è fatta di attimi di ubriachezza, del tempo di una risata, di un respiro un po' più lungo, e basta, è già finita.
Cerco di stare in piedi, ma le mie gambe cedono.
Cerco di fare qualsiasi cosa sia in mio potere per sorridere, ma dura tutto il tempo di arrivare a casa, alla fine, e ritrovarmi ancora spenta.

Non so che senso abbia andare avanti così, ma evidentemente ce l'ha perché alle persone che mi circondano, alla fine, basta che io sia viva. Certo, possono essere rattristati, ma non importa loro se io sia già morta, qui dentro. Quindi l'importante è che io tenga a respirare questi polmoni, anche quando li sento collassare su loro stessi perché non è vero, purtroppo, che "quando il dolore è più grande, poi non senti più".

"Un altro giorno", mi ripeto, pieno di pensieri oscuri, e di muri da fissare, e di decadenza, e "ancora un'altra notte" fatta di stordimento e incubi e sonno.

Dove sono finita?




ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.