domenica 11 giugno 2017

CAOS


In molti dicono che il momento peggiore sia alla sera: quando ci si mette a letto e si prova a dormire, ma i pensieri, i ricordi, i problemi vengono tutti a galla e ti tormentano, impedendoti il sonno o generandone uno pieno di orrori.

Per me invece il momento peggiore è sempre stato la mattina, quando mi sveglio dagli incubi di sempre: perché la notte, a suo modo, seppur piena di angosce, trova il modo di consolarmi con il suo silenzio, ma la mattina il mondo si sveglia e io rimango affossata nel torpore doloroso.

Continuo a sognarlo ogni volta che dormo, non solo di notte in realtà, e le sensazioni, anziché smorzarsi, si fanno più vivide. Solo negli ultimi due giorni sono stata graziata, forse perché ho cercato di concentrarmi sulla Rinascita durante la luna piena: speriamo che duri.

Ho appena ricevuto la notizia terribile della morte di una persona a me molto cara: la mia vecchia insegnante di ripetizioni.
Mi ha insegnato con rigidità il latino ed il greco, ma soprattutto lo sconfinato attaccamento al sapere e alla caparbietà. Negli ultimi anni, presa da tutti i miei traumi, non sono più andata a trovarla e questa cosa ovviamente adesso mi sta pesando più che mai.
Ma d'altronde non avrei voluto andare da lei da "sconfitta", da quella che non è ancora riuscita a laurearsi, di fronte a lei che ha dato corpo e spirito al sapere, quindi un giorno andrò sulla sua tomba e le dirò che se ce l'ho fatta è anche merito suo.
Il suo ricordo è e resterà sempre con me.
Grazie Amelia. Sei stata una grande donna.

Questi giorni si susseguono tra cose orribili, meravigliose e sconvolgenti ed io continuo a vivere in una bolla di protezione, da cui ogni tanto faccio capolino timorosa, ma almeno ci sto provando.
Non riesco a pensare ad un futuro, ma in qualche modo mi sento più speranzosa.
Alterno momenti in cui sono veramente convinta che questa sia la strada giusta per me, anche se non so definirne i contorni, a momenti in cui mi ripeto che è solo un sogno (non so dire se brutto o bello) e che mi sveglierò e tornerò alla routine grigia ma sicura che mi ero costruita, che mi dava certezze anche se non del tipo di cui avevo bisogno, a cui potevo aggrapparmi in modo realistico.

Vorrei addormentarmi e svegliarmi lontana da ogni male, stringendo tra le mani ciò che mi sono meritata. E io so benissimo, purtroppo o per fortuna, di non meritarmi schemi, ma caos: meraviglioso infuocato mutevole caos.





ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

venerdì 2 giugno 2017

nella mia stanza

Sono a Firenze ormai da qualche giorno, un record per la media degli ultimi due mesi.
Sono stanca di scappare, anche se ieri sera me ne è tornata la voglia.
Perché tramite la chat di Scherma sono venuta a sapere che lui era qui sotto in palestra ed io volevo uscire, ma alla fine ho avuto la percezione di non farlo. Infatti stamattina Santi mi ha detto che è rimasto praticamente tutta la sera fuori dalla palestra, quindi praticamente sotto casa mia (e io vorrei ancora capire se lei e lui si sentono, penso di sì, ma in fondo forse non lo voglio sapere davvero).

Mi sono eliminata dalla chat e nessuno mi è venuto a dire niente.
Poi ovviamente l'ho sognato, e mi sono svegliata urlando.
Fortunatamente non ero sola, fortunatamente non sono sola.
Ma so che devo affrontare questa cosa da sola.

Non sento la sua mancanza ogni giorno, non è mai stato così, perché in fondo lui non c'era quasi per niente come presenza nella mia vita orma da un po'.
Ma sento la mancanza delle nostre esperienze insieme: i viaggi in macchina, le rievocazioni, le vacanze on the road. E un po' mi viene da piangere, ma come sto facendo da tempo ributto dentro e prego che tutto un giorno passi.

E nel frattempo provo, come sempre, a guardare oltre.


Per mercoledì al gruppo di scrittura c'erano vari temi: ho scelto quello che avevo infilato io nella scatolina magica, e cioè Ninna Nanna.
E' venuta fuori una cosa estremamente dolce, ma alla fine anche gli altri hanno apprezzato e capito le sfumature sincere di ciò che ho scritto.
Ogni volta che la rileggo immagino l'amore che si prova scrivendo qualcosa del genere e l'amore che vorrei ricevere in egual misura. E da un lato mi ristora, dall'altro mi spaventa.


Tu dormi
Che io resto sveglia
A guardare la luce morire
Sulle tue ciglia leggere
E la soffio via
Perché hai bisogno d’ombra
Per riposare
Bene

Tu dormi
Che io resto pronta
A contare le porte e le finestre
Ogni serratura e fessura
Dalle quali entra il dolore
Le chiudo tutte io, tranquillo
Sei al sicuro
Sei a casa

Tu dormi
Che io resto dolce
Carezzo il tuo sonno inquieto
Bisbiglio profumi alle tue orecchie
Bacio i tuoi occhi stanchi
Respira piano piano
Che se ti manca l’ossigeno
Ti do il mio

Tu dormi
Che io resto bella
Anche se non puoi vedermi
I miei capelli brillano
Perché lo sai
La tua anima spia la mia
E devo risplendere sempre
Come un faro

Tu dormi
Che io resto immune
Alle insidie del mondo
Anche se non ci sei
Ho medicine buone
Per ogni male
Le ho però
Solo per te

Tu dormi
Che io resto intera
Per raccogliere i tuoi pezzi
A mani nude sanguinando
Levargli la cenere
E metterli al sole
Guarda, quanto bagliore
Che fai

Tu dormi
Che io resto calma
Poggio la testa sul tuo petto
Per controllare se batte forte
Shhh, va più lento
Shhh, sii più cauto
Non svegliarlo
Non ora

Tu dormi
Che io resto presente
Perché dove vado
Se tu non ci sei?
Ti prendo la mano
Così siamo insieme
Anche se in sogni
Lontanissimi

Tu dormi
Che io resto sempre
Per vegliare sul tuo sonno
Perché se non dormi
Come dovrei dirti
Tutto questo?
Non potrei
Quindi resto ora che
Tu dormi.





ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

lunedì 29 maggio 2017

In viaggio.


Ho messo una settimana tra me e l'ultima volta che l'ho visto.
E stavolta non ho più date di scadenza a cui pensare: non lo rivedrò, non lo voglio rivedere per molto tempo, so solo questo.
I due giorni insieme sono tra le cose più difficili e terribili che abbia mai affrontato e, nonostante tutto, mi sento orgogliosa di me stessa per avercela fatta.

Il fato mi ha preso per mano e mi ha portato a vedere le prime lucciole della stagione, proprio come quella sera in cui ci siamo conosciuti e lui voleva andarle a fotografarle: ho sussurrato piano nella notte, fissandole e chiedendomi il perché di tutto quel dolore.
Mi ha messo in mano la mia borsa da cintura, quella che mi aveva regalato lui, e mi ci ha fatto trovare dentro altri aghi dell'abete che avevamo addobbato insieme: io li ho stretti forti in mano e mi sono allontanata, andandoli a seppellire nel piccolo corso d'acqua che scorreva vicino all'accampamento.
Ho tirato fuori il coraggio che non pensavo di avere e l'ho guardato, l'ho guardato a lungo, perché sapevo che dovevo dirgli addio, dire addio alla sua immagine, dire addio al suo nome. E l'ho fatto, anche se il suo strascico rimarrà con me a lungo, forse per sempre.

E poi, come sono arrivata, me ne sono andata.
Così come fanno tutti, così come stanno facendo con me persino i miei migliori amici.
Ho sognato di urlare nel sonno, di chiamare lui, di chiamare il Sardo, di chiamare Santi, e di sapere che non potevo chiedere aiuto a nessuno. Questo incubo mi ha terrorizzato, ma al contempo mi ha fatto ricordare che sono in piedi da sola, e che sono fortissima.

Voglio diventare un tocco leggiadro che rimbalza di vita in vita, ma voglio anche trovare un luogo per restare. Un non-luogo da chiamare Casa. Questo viaggio finirà e io raccoglierò ancora una volta i miei pezzi, per conservarli in una teca di vetro e ricordarmi quanto sia prezioso ogni cuore.



ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

venerdì 19 maggio 2017

Norwegian Wood


E' incredibile come la vita abbia il potere di far esplodere mille bombe tutte insieme.
Nell'ultimo periodo, oltre a Gheri, sento di aver perso anche i miei migliori amici.
Oltre alla mia testa, ai miei sogni, a tutto ciò in cui credevo.

Il viaggio in Norvegia comunque credo mi sia servito a capire molto di quello che voglio e che non voglio.
E, se la notte prima di partire, sentendo un rumore nella notte ho istintivamente immaginato di essere a casa di Gheri, aprendo gli occhi nel dolore, oggi invece so che domani lo vedrò e sono ancora con i piedi per terra.

Domani me lo ritroverò davanti per due giorni, intorno allo stesso tavolo, sotto lo stesso tetto, in compagnia delle stesse persone.
Con quella cotta (parte d'abbigliamento di XIV secolo, ndr) verde bosco addosso che mi ha fatto innamorare di lui, il cappello a punta con le lunghissime piume di fagiano che ho cucito io, gli occhi verdi imbronciati, la barba rossa ed ispida. Ed io avrò addosso il mio vecchio vestito rosso, che ho lasciato così com'era dall'ultima volta che mi aveva abbracciato, e che ci faceva sembrare così belli quando andavamo per il campo vicini, avrò addosso tutti i nostri ricordi, tutti i nostri desideri e progetti, e saprò che non potrò guardarlo se non voglio urlare.
Questa provo l'ho scelta io e non me ne lamento, ma so che da lunedì sarò una persona ancora più diversa.
Più lacerata, più frammentata, più confusa.

Non sono più sicura di sapere niente di me.




ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

giovedì 4 maggio 2017

-Malinconia-

A volte mi sforzo di ricordare la tua voce e non ci riesco, forse perché in fondo hai sempre parlato poco.
Altre volte la tua voce mi chiama dal nulla in modo dolce e per un istante mi lascio cullare: era quel tuo modo di chiamarmi quando eravamo soli uno dei miei pensieri più felici.
Poi mi ricordo che non ci sei più, e tutto perde di senso, ancora una volta.

Non so se piangere perché mi manchi, perché mi sei sempre mancato o per la rabbia di avere con me quell'unico frammento di voce, strappatoti quella mattina al sonno, quando, borbottando come facevi spesso appena sveglio, mi hai rivolto le uniche parole davvero colme di tenerezza in due anni.

Sono sparpagliata tra pensieri contrastanti che mi urlano di odiarti ed amarti, e la via più semplice sarebbe quella dell'odio, ma non funziona così quando hai immaginato una vita con qualcuno. 
Tra ieri ed oggi ho veramente rischiato di perdere il controllo, ma per ora sono riuscita a ricacciare tutto il dolore sul fondo e a ricoprirmi di apatia. Devo sopravvivere.


Ieri sera al gruppo di scrittura il tema era Malinconia. Non sapevo proprio da dove cominciare, anche perché in fondo praticamente ogni cosa che scrivo la contiene. Così mi sono buttata sul "banale", e mentre bevevo l'ennesimo superalcolico ho scritto di te.
Alla fine non sono riuscita a leggere queste righe sparse e un po' insensate davanti gli altri, le ha viste solo Bob, che ha scosso la testa e mi ha detto di non fare casini, che ci vorrà tempo. E, in qualche modo, mi ha fatto ancora più male.
Comunque ho deciso di riportarle qui perché sono per te:

Non posso pronunciare il tuo nome
perché aprirei tutte le stanze 
cupe e piene di crepe
quelle con le pareti bianche e sporche 
e i pavimenti dissestati
e corde che pendono 
dalle travi in legno scuro del soffitto
e camini enormi e caldi
in cui bruciare
nel silenzio del buio

Non posso pronunciare il tuo nome
perché ciò che vive tra le mie costole
colerebbe via dagli occhi
sporcandomi la faccia di oscurità
e invece devo camminare 
sorridendo a chi incontro
e non ti conosce

Non posso pronunciare il tuo nome
perché mi tornerebbe sulla lingua 
il sapore del tuo sguardo accigliato
e non saprei lavarlo via 
nemmeno con tutto l'alcool del mondo
a consumarmi da dentro
che tanto già mi consuma l'assenza

Non posso pronunciare il tuo nome
perché non saprei poi fermare le mie mani
dal fare cose ricolme di sbaglio
da quando non possono più toccare
le tue asprezze
e aggrapparmi alle notti nostre
più di chiunque

Non posso pronunciare il tuo nome
perché mi aprirebbe a metà
e da parte a parte di me
urlerebbe solo l'eco
delle tue lettere
che in realtà a volte devo dire
ma come se non fossero mie
e chiedo scusa a me stessa per questo

Io non posso pronunciare il tuo nome
Non posso pronunciarlo
E quindi ti chiamo Malinconia.


Mi sono resa conto solo ora che anche in questo post mi sono rivolta direttamente a te.
Forse sto ufficialmente impazzendo.






ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

lunedì 1 maggio 2017

Beltane?

Oggi è quel giorno in cui tutto dovrebbe risvegliarsi.
Invece io continuo a dormire, abbracciata a ciò che mi sta consumando da dentro.
Mi sposto, viaggio, abbraccio, mangio, sto male, vado avanti.
Non c'è assolutamente più niente che abbia un senso, ma me lo prendo così com'è, stordendomi in ogni modo che ritenga valido.
E' difficile anche solo fermarsi a scrivere, nonostante i vortici di parole ed immagini che assediano continuamente la mia mente.
Ora ho deciso di farlo perché me l'ero promesso e non voglio lasciarmi soffocare da ciò che non dico. Almeno qui dove posso.

La verità è che fin troppo spesso mi volto e vedo il suo profilo nitido: la fronte accigliata, gli occhi concentrati dritti di fronte a sé, la linea perfetta del naso, le labbra sottili perse tra la barba ispida.
Poi batto le palpebre e, ovunque sia, con chiunque sia, niente è abbastanza per rendermi per un altro istante felice.
Mi trattengo e vado avanti.
Scuoto la testa e vado avanti.
A volte piango e vado avanti.

Non credevo sarebbe stato così difficile anche stavolta, almeno stavolta. O forse sì, lo sapevo, l'ho sempre saputo, e mi sono voluta illudere di poter cambiare qualcosa.
So che la strada che ho scelto era la più logica, la più giusta, ma mi sta affondando forte perché non riesco a liberarmi di questo sentimento, e ogni giorno cresce sempre di più, senza che io riesca a fermarlo.

Vivo come posso, ma non ho idea di ciò che io stia facendo.
E' tutto sbagliato, sempre.

Sento il peso di ogni fallimento addosso e continuo a ripetermi che domani andrà meglio, che troverò la via giusta, che scoprirò quale è il mio posto, chi tenermi vicino, e continuo a provare, ma nessuno è qui dentro me, se non io, e sono io che devo portarmi fuori... O ancora più dentro, non lo so.

Vorrei solo che tutto trovasse il suo posto al più presto possibile.
Perché non so quanto altro tempo riuscirò a sopportare tutte queste voci, tutte queste immagini, tutta questa enorme mole di cose così profondamente mie e che invece non vorrei, non vorrei più.
Nel frattempo, continuo a cercare, continuo goffamente a provare ad andare avanti.

Se non fosse per le persone che si ostinano a tenermi a galla, ad aiutarmi, ad accogliermi, probabilmente sarei già morta.
Sono molto grata al fato per ogni cosa buona che mi viene rivolta, anche se adesso non so cosa farmene di questa vita.




ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

martedì 18 aprile 2017

From inside

La sera prima di tornare in Calabria per le vacanze di Pasqua, in mezzo al caos della mia stanza, ho visto sul comodino un ago di pino. O meglio, di abete.
Non ho idea di come sia arrivato lì, ma sicuramente è scappato da uno dei tanti pezzi di vita che ho riportato da casa di Gheri.

Sono rimasta a fissarlo per qualche secondo e avrei voluto sorridere al ricordo di quell'albero di Natale che abbiamo fatto insieme, decorandolo con tutte le cose che amavamo, a cui abbiamo dato un nome e che è stato di certo l'albero di Natale più bello che io abbia mai fatto.
Avrei voluto sorridere, ma non ce l'ho fatta. Perché ricordo distintamente ciò che pensavo mentre guardavo Gino (così lo avevo chiamato): ci potrà mai essere qualcosa di più bello di questo? Cosa dovrò inventarmi per i prossimi Natali insieme? E' davvero bellissimo.
E Gino aveva un nome buffo, era carico all'inverosimile, era anche tutto storto, ma era bello, bello davvero perché era pieno dei nostri sentimenti. Tanto che invece di chiedere il rimborso all'Ikea per l'acquisto dell'albero, come ci eravamo prefissati, l'abbiamo tenuto lì per mesi, fin quando proprio non si è seccato del tutto, e allora lo abbiamo smontato con delicatezza e l'abbiamo salutato con tutti gli onori.
Ogni volta che sono rientrata in sala guardavo il vuoto lasciato e mi veniva un po' da piangere.

E ancora mi chiedo come io sia sopravvissuta al vuoto immenso che ho visto in quella casa quando sono andata via con le mie cose.
Io non lo so.

Così come non ce l'ho fatta a sorridere fissando il comodino nella penombra, così come non ce l'ho fatta nemmeno a buttare via quel minuscolo ago di abete, non ce l'ho fatta nemmeno a toccarlo.
La mattina dopo sono partita ed è rimasto lì, insieme al caos della mia vita, insieme alla busta piena di cose di Gheri che non vorrei vedere mai più, eppure è ancora lì perché so che troverò altre cose che mi feriscono da metterci per poi chiuderla, insieme a tutte le altre, nello sgabuzzino.
Non so come sia successo, ma non avrei mai voluto che anche lui finisse lì.


Sono arrivata in Calabria e ho tirato un sospiro di sollievo: nella mia stanza ho vissuto infiniti momenti oscuri, ma almeno lui non è mai stato qui.
Prima di andare a dormire, dopo quel lunghissimo giorno di viaggio, saluto mio padre e trovo sulla sua scrivania il cd che gli avevo detto di ascoltare perché era tanto bello, perché era frutto della mente e delle mani e della passione di Gheri e io ne ero così orgogliosa ed innamorata, che doveva assolutamente ascoltarlo anche lui.

Sono rimasta ferma sulla porta ad osservare quel cd su quella scrivania, e mi sono chiesta cosa avrei dovuto fare, ancora una volta. Non volevo far ricadere la colpa su mio padre, che semplicemente l'aveva dimenticato lì e non l'ha neppure mai ascoltato, quindi l'ho preso, sforzandomi di ridere, dicendo che era meglio se non rimaneva in giro, e l'ho chiuso nel cassetto dei ricordi in camera mia.
Poi mi sono seduta sul letto e mi sono sentita completamente svuotata.
Le sue canzoni continuano a risuonarmi nella mente, anche se ormai non accendo neppure il mio iPod per paura che la riproduzione casuale mi infligga qualcosa che io non riuscirei a sopportare.

In questi momenti devo sempre ricordarmi che l'enorme posto che lasciano le cose grandi quando se ne vanno via deve essere riempito da tante cose piccole. Ed è quello che sto provando a fare, ogni giorno, per non dare ascolto alle spaventose voci che albergano nella mia testa.
Ma, nonostante sia abituata a conviverci, è difficile scacciarle ogni volta, difficile ripetermi che non vale nemmeno la pena piangere, difficile pensare al futuro.

Quale futuro, poi?
In nome di cosa devo sperare?
E sperare in cosa?





ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

mercoledì 12 aprile 2017

I'm back.


Sono passati mesi da quando ho scritto l'ultima volta qui.
Ad un certo punto questo posto è diventato il mio rifugio, il luogo in cui potevo scrivere liberamente, ma dove passavo nel momento in cui sapevo che non potevo farlo altrove.

E poi è arrivato Dicembre e sapevo che avrei dovuto fare il mio solito post riassuntivo di fine anno, quello che col passare del tempo riguardo e mi ricordo cosa ho vissuto, mi ricordo cosa ho fatto, mi ricordo chi ho conosciuto, chi ho perso, quale dolore ho subito, cosa sono diventata.
E, semplicemente, non ce l'ho fatta. Non me la sono sentita.

E' proprio vero, e finisco sempre col ripetermelo alla fine, che si stava meglio quando si stava peggio: anche nei momenti peggiori passati con M., o con chiunque altro, ho trovato la forza di scrivere. Lo scrivere mi ha sempre tenuto in vita, insieme a poche altre cose.
E invece l'anno scorso i momenti terribili sono stati così profondi, così lunghi, così abissali, che riportarli anche solo suntivamente in un elenco di ricapitolo di fine anno sarebbe stato atroce.
E inoltre mi ero messa in testa che ormai, a giudicare dalle scelte che avevo fatto e che stavo facendo, ero diventata ufficialmente una persona adulta ed era inutile continuare a perdere tempo in cose del genere. In pensieri inutili e laceranti. Mi sono ripromessa di farlo, certo, ma non ci credevo, e così alla fine ho lasciato trascorre i giorni, ed i mesi, e non l'ho più fatto quel benedetto post.

Ma non sono qui per farlo ora, perché va bene così. Va tutto bene così, perché è l'unico modo in cui può andare.
Sono qui perché le cose sono esplose ancora e ancora e ancora, e io ho fatto nuove scelte con conseguenze devastanti, ma sono ancora in piedi, traballante, a volte cado, ma tengo duro.
Devo tenere duro. Anche se non vorrei, anche se la maggior parte del tempo non vorrei.
Ci sono dei piccoli momenti che mi ricordano di farlo, ci sono grandi persone che mi ricordano di farlo.

E quindi ho deciso di tornare a scrivere "a tempo pieno", o meglio come mi sento, perché non ho un obiettivo preciso, se non quello di provare a strapparmi dal petto un po', almeno un po', del dolore che mi porto dentro, dei ricordi che mi porto dentro e che ogni giorni ed ogni notte mi assillano e io non posso davvero trascinarmeli dietro in silenzio, o lasciare che ammorbino troppo chi ho attorno.
Forse nessuno leggerà mai queste parole, ma non mi importa.

Ho solo bisogno di dire cose che non potrei, ma che ho bisogno di dire.
Come, per esempio, il dolore che ho provato poco fa ad entrare sul profilo Facebook di mia madre e trovare ancora la foto, in abiti storici, con gli occhi innamorati, di me e Gheri.
Forse dovrei smettere di usare questo nomignolo. Ma tutti quelli citati su questo blog hanno il loro nome, il nome che gli ho dato negli anni, e quindi stringerò i denti, e almeno qui, almeno in queste righe, almeno in fondo ad una parte che sto cercando seppellire del mio cuore, resta così, resta quella persona che è già svanita dalla mia vita, nonostante ci abbia creduto e ci abbia provato con tutta me stessa.

E' un po' triste come ritorno e non credo che i prossimi post saranno da meno: grevi, pesanti, melanconici. Ma miei. Spero soltanto che serva a qualcosa.
Che serva a qualcosa tutto il dolore che provo.



ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

mercoledì 30 novembre 2016

Autoritratto.

Oggi non sono andata all'incontro di scrittura per vari motivi: ho freddo, poca voglia di vivere e non ho avuto tempo/testa per scrivere sull'argomento di oggi.

Nel frattempo però posterò ciò che ho letto la scorsa settimana: all'inizio ho pensato che avrei portato un vecchio flusso di pensieri pubblicato su Sei Autori in cerca di Storie, ma poi rileggendolo mi sono resa conto che era veramente troppo datato (oltre che lungo) e per molte cose non mi ci ritrovavo più; per cui mi sono ritrovata ad un'ora dall'incontro a scrivere su un muretto della coorte della biblioteca delle Oblate sull'argomento del giorno, che era Autoritratto (e al cui risultato non ho dato un titolo diverso da questo!):


La parte più complessa del dipingersi è preparare i colori: prelevare minuscole quantità di pigmenti, mischiarle fino a creare il giusto equilibrio, aggiungere il legante senza farli impazzire e mettere da parte tutte le briciole di razionalità prima di iniziare.

VERDE
A volte provo ad immaginare di che cosa potrei essere fatta e mi si riempiono le narici di petricore: sono tutti i prati che ho visto, le foglie vibranti, il colore del bosco, un cristallo verde di calma, quel colore che anche in penombra sembra vivo, il luogo che chiamo forte in tutti i momenti striscianti che mi fanno soffocare, il muschio alto e morbido, la collina, il frinire dei grilli, e tutto il resto.

VIOLA
La mia mente va dove io non oso, e a volte si perde, tornando ammaccata. A quel punto devo soffiarle in gola e lei, dopo una quantità di tempo variabile, batte le palpebre, mi fissa e varca la soglia, sorridendo. Io le faccio un cenno col capo e so già che quello sarà un bel giorno, in bilico tra la pace e il sentore di pericolo; lei poi esce, accompagna i miei passi da lontano, sparisce, ed io respiro.

NERO
Apatia, o male che pervade ogni singola fibra del corpo, che fa desiderare di perdere i sensi, che obnubila la mente; oppure sentire il sangue amarissimo che il cuore pompa non giungere alle estremità perché evapora dolorosamente dalle vene, lasciando il vuoto più assoluto; o anche la paura, perdersi in un mondo lontanissimo in cui tutto sfuma e sfugge, in cui l'idea di vivere è sentirsi raggelare nel tentativo di farlo senza comprenderne il motivo; l'inquietudine, la certezza di fallimento, di incomprensione, di terrore. Il riposo, l'accoglienza, il silenzio.

ROSSO
Le persone si fermano a guardare il tramonto e se gli chiedo il perché rispondono: "è bello il sole, guarda come fa brillare il mare, e tutto si fa rosso!". Io lo guardo e vedo l'orizzonte in fiamme, quella sfera luminosa annegare, penso che sotto la superficie dell'acqua ci siano strane creature che non hanno bisogno di aria per respirare, e fondali marini, che fra poco sarà buio e le barche dei pescatori usciranno, e chissà se resterà tutto calmo, chissà se prenderanno abbastanza pesci, ma poi in quale punto del mondo starà sorgendo l'alba adesso? Di che tono è l'aurora in quel posto? Che lingua parlano? Lì ce l'hanno il mare? Ogni volta annuisco e rispondo: "già, è bello il sole quando tutto si fa rosso", e mentre fisso il tramonto penso sempre che la luce radente di quell'ora mi fa pizzicare gli occhi e, talvolta, mi fa piangere.

Alla fine fisso il risultato come in uno specchio e di fronte a me vedo solo un impiastro di chiazze e schizzi. Sospiro, scuoto e le spalle e mi dico che questo dopotutto non è il mio autoritratto: questo è solo un minuscolo frammento della mia anima.


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Nonostante avessi finito di scrivere tutto quasi di getto qualche minuto prima di andare all'incontro, quando è arrivato il mio turno ero insospettabilmente agitata, per cui la mia voce ha tremato un po': forse è stato perché in questo flusso di pensieri c'era davvero del mio, forse perché sapevo che tra il "pubblico" c'era anche un editore (che in realtà si è limitato a dei commenti perlopiù stilistici verso chi aveva portato qualcosa in prosa), ma comunque è andata bene! Non appena ho finito di leggere ognuno dei presenti ha iniziato ad esclamare un colore, dicendomi quale era stata la sua parte preferita. Alla fine, rileggendolo anche ora, sono stata contenta di aver provato ad usare i miei colori, proprio come un pittore avrebbe usato i propri per dipingere il suo autoritratto.




ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

giovedì 24 novembre 2016

Scrivere.

E' da un po' che il mio "blocco dello scrittore" va avanti.
La mia vita cambia così velocemente che non riesco a stargli dietro, ma sto imparando a prenderla semplicemente così come viene, o almeno spero.

Da due settimane, per fare qualcosa di nuovo, mettermi alla prova e cercare di riprendere a fare quello che mi è sempre piaciuto e mi ha sempre aiutato, scrivere, ho iniziato a frequentare, insieme al buon Bob che ormai vive a Firenze anche lui da un anno, un'associazione di Scrittura Creativa in centro.

Mi sono trovata bene e ho deciso di restare: ogni settimana viene scelto un tema su cui scrivere per la settimana successiva, quindi è stimolante farlo, o anche semplicemente ascoltare e commentare i lavori degli altri.
Non sono mai stata una persona costante, ma mi piacerebbe iniziare ad esserlo, almeno in alcune cose.
Così ho deciso che pubblico qui, così da tenere vivo questo blog che ho aperto proprio con questa voglia di scrivere ormai più di dieci anni fa, le cose che leggo ogni mercoledì sera al corso di scrittura.

A volte sono brani che avevo già scritto (come quelli che pubblicavo su Sei Autori in cerca di Storie), a volte mi ispiro solamente a cose passate, e altre volte scrivo ex novo, o almeno ci provo; posso scrivere racconti, poesie, flussi di pensieri, qualsiasi cosa, e questo mi aiuta molto.

Durante la prima settimana è stato estratto il tema "Legami", inteso come sensualità (infatti questo brano è decisamente VM18!). Ho così deciso di riproporre, correggendolo un po', il primo racconto che pubblicai proprio su Sei Autori.
E' stato difficile, visto l'argomento, per me l'unico che abbia scritto del genere, leggerlo ad alta voce davanti a tutti, ma in qualche modo sono stata orgogliosa di essere riuscita a farlo.
Bob mi ha poi ricordato che in realtà all'epoca l'avevo dedicato a lui perché mi aveva sfidato a scrivere qualcosa ispirandomi alla canzone popolare "A Cammesella", e questo mi ha fatto sentire decisamente meglio!


Quindi ripropongo qui questa versione aggiornata di Awareness:

Il buio era denso, quasi palpabile.

La sensazione di poterlo afferrare era aumentata dalla consistenza stessa dell'aria: piena di odori, fumi, spezie, forse incensi.

L'atmosfera era inspiegabilmente calda, nonostante non vi fosse in quella stanza alcuna fonte di calore e la stagione fuori non fosse molto mite.

L'unica sensazione di freddo le proveniva dal solo punto di contatto con il mondo circostante: il pavimento. Sembrava di marmo, lo sentiva liscio sotto le sue ginocchia coperte dal velo dei collant.

Ormai il suo respiro si era calmato: all'inizio era affannoso per la paura, per il terrore e per la difficoltà di respirare attraverso il fazzoletto che le copriva la bocca, ma che inevitabilmente finiva per tapparle in parte anche le narici.

Poi, molto lentamente, si era calmata, le lacrime avevano smesso di sgorgarle dagli occhi e sbavarle il trucco, oltre che a peggiorarle ulteriormente la respirazione.
Iniziò ad usare il cervello, a capire come era arrivata lì e come poteva uscirne. Ma non aveva fatto molta strada: era al buio, in ginocchio a terra, imbavagliata, con polsi e caviglie legate.

Non sapeva definire quante ore fossero passate, ma dubitava fossero molte perché non provava ancora nè fame, nè sonno.
In realtà tutti i suoi sensi erano annullati: la vista, il tatto, l'udito, il gusto... Tutti tranne l'olfatto, che continuava a percepire profumo di incenso.

La sua situazione poteva apparire tragica, ma in fondo adesso non provava più paura: quello che sentiva era un misto di adrenalina ed eccitazione che le mantenevano la mente sveglia alla ricerca di una soluzione per la situazione in cui versava.

Infine i suoi pensieri vennero interrotti.

Una porta nel buio si aprì lasciando trapelare un po' di luce che, per quanto lontana e soffusa, la accecò e stordì. Dovette battere più volte le ciglia, già impastate dalle lacrime secche, prima di riuscire a vedere.

Appena sollevata la testa dalla posizione ranicchiata la prima cosa che vide furono due ginocchia che calzavano dei jeans blu, molto scuri.

Istintivamente alzò il viso e lo vide.

Era lui, era proprio lui, non c'era dubbio, non si era immaginata tutto: era stato lui a condurlo in quel luogo.

"Dove sono?" provò a dire, avrebbe voluto urlarglielo, ma quello che ne uscì fu solo un mugugnio indistinto per via del pianto sommesso a cui erano state sottoposte le sue corde vocali e per via del bavaglio che, stupidamente, aveva dimenticato di avere sul volto.

Lo sgomento la invase e gli occhi le si inumidirono di nuovo. Cercò di dimenare i polsi, le caviglie, non tanto perché sperasse di liberarsi, ma quanto per lanciare un messaggio all'uomo che suonasse come un "ti prego, liberami".

Lui, dal canto suo, restò a fissarla qualche istante mentre si rendeva, probabilmente, così ridicola, poi andò in un angolo della stanza e accese diverse candele, con calma, una alla volta, fin quando il luogo non fu pieno di una tenue luce. A quel punto richiuse la porta e si sedette su una poltrona non lontana da lei, che era ora emersa dall'oscurità.

Lei continuava a fissarlo con sguardo implorante e lui continuava a fissarla con sguardo divertito.

Infine aprì un cassetto del mobile vicino alla poltrona e ne tirò fuori un coltello.
La donna sbiancò: non poteva arrivare a tanto, non poteva andare così.

L'uomo si rimise in piedi, le si avvicinò e si ranicchiò accanto a lei afferrandole i capelli, tirandoli e facendola gemere, facendo sgorgare nuove lacrime e al contempo abbassandole il bavaglio e forzando le sue labbra con la lingua, solo come uno scassinatore apre di violenza una porta ben blindata.
Lei provò ad opporre resistenza, dimenandosi, mugugnando, ma ogni movimento del capo troppo brusco veniva ripagato con una stilettata di dolore dritta nel cuoio capelluto.

Alla fine il mulinare di quella lingua nella sua bocca cessò e lei si ritrovò senza fiato e con la voce ancora tremula quando provò a dire "ti prego, lasciami andare!", come se lo volesse sputare via dal petto.
L'unica risposta che ottenne fu un sonoro schiaffo in viso, non tanto forte da tramortirla, ma abbastanza da farle sentire pulsare e bruciare la pelle.
Mentre le lacrime scorrevano ormai copiose, l'uomo si flettè in avanti con il coltello in pugno, tagliando con un gesto rapido e sicuro le corde che le tenevano fermi polsi e caviglie; poi slegò definitivamente il bavaglio e gettò tutto lontano da loro, anche il coltello.

Avrebbe voluto alzarsi, scattare in piedi e correre via, ma non ce la fece: le gambe le tremavano e il cuore le batteva all'impazzata. L'uomo placidamente tornò a sedersi sulla poltrona, riprendendo a fissarla.

Ci mise qualche minuto a riprendersi e la prima cosa che fece fu guardarsi, guardare i propri abiti, le proprie gambe, le proprie mani, inspiegabilmente di nuovo libere; indossava ancora il soprabito che aveva quando era uscita di casa.

Il suo stupore, il suo terrore furono interrotti dalle parole dell'uomo: - Avanti, alzati. -

La sua voce era dolce e calma in modo impossibile per quella situazione. La donna sentiva di non poter perdere l'occasione e lo fece: le gambe le tremavano ancora, ma capì che alle sue spalle c'era un muro non troppo lontano, così indietreggiò e si appoggiò con le braccia e parte delle spalle ad esso.

- Molto bene. -

Seguirono lunghissimi istanti di silenzio in cui lui non le toglieva lo sguardo di dosso, sorridendo in modo enigmatico, e lei si guardava attorno, smettendo lentamente di tremare e dando di nuovo dignità al suo volto, o almeno così credeva, asciugandosi le lacrime.

Per ultimo puntò gli occhi sulla porta. In quell'istante l'uomo parlò ancora:
- Adesso levati quel soprabito. -

Le parole le risultarono quasi conviviali: le sembrava che fosse stata invitata a prendere un thè e la sua amica le chiedesse in modo educato il soprabito per appenderlo all'ingresso.

Deglutì e per qualche secondo l'unica cosa che percepì fu il battito del proprio cuore. Ciò che la inquietava di più era il suo sguardo: calmo e impassibile nonostante la situazione.
Lo assecondò e si tolse il soprabito, portandoselo ben ripiegato sul braccio. L'uomo si lasciò sfuggire un ghigno di approvazione.

- E ora la gonna. -
D'istinto la donna guardò le proprie gambe, come a chiedergli inconsciamente "questa gonna?!", rispostando subito dopo lo sguardo su di lui, con la solita espressione di stupore e paura.

L'uomo captò quei segnali e ribadì, con lo stesso tono calmo e freddo:
- Levati la gonna, ho detto. -

Il cuore ricominciò a batterle all'impazzata, le membra ripresero a tremarle, tanto che il soprabito le scivolò a terra dal braccio e le lacrime smisero nuovamente di seccare.
Con mani vibranti si portò le dita alla cerniera laterale della gonna, la abbassò e lasciò che scivolasse a terra, per poi trarne fuori con delicatezza, per paura di cadere dal tremore delle sue ginocchia, prima un piede e poi l'altro.

Era spaventata, ma l'imbarazzo ancora non la pervadeva perché indossava una sottoveste di seta rosa al di sotto dei vestiti, che la copriva fino a metà coscia.
L'uomo annuì debolmente, ma subito incalzò brusco:
- La camicia. -

Lei aveva ormai capito e se la tolse, sbottonandola velocemente per quanto il tremore glielo permettesse, rassicurata dalla sua sottoveste che le avrebbe coperto anche il busto, come un vestito.
La camicia scivolò giù dalle braccia al suolo, vicino alla gonna e al soprabito.
A quel punto lui sembrò rilassarsi: si abbandonò sulla poltrona, con una grande espressione di soddisfazione, le sembrava che stesse per scoppiare a ridere.

E rimase lì, per un tempo indefinito, sicuramente più di qualche minuto. Un brivido percorse la sua schiena, ormai seminuda, con la consapevolezza che poteva andarsene in qualunque momento, ma invece era ancora lì, in sottoveste, a fissarlo.

Iniziava a sentirsi in imbarazzo, cambiò posizione strofinando le gambe fra di loro, come per riscaldarle.
Percepiva ancora il velo dei collant, sebbene guardandoli si accorse che fossero strappati in più punti; sentiva la schiena e i polpacci pesanti per via dei tacchi che ancora indossava; si trovò umida e calda fra le gambe strette.
Lentamente un rossore le tinse il volto e il collo, ma era comunque troppo buio perché lui se ne accorgesse.

Trascorse così del tempo inquantificabile.
Infine, però, il momento giunse:
- Levati la sottoveste. -

Il suo volto era tornato serio, la sua voce calma, ma stavolta lei non ubbidì: tutta quella nuova consapevolezza l'aveva resa, anziché più forte o decisa o fredda, più vulnerabile.
"No, ti prego..." provò a rispondere con cautela, ma le sue parole fuoriuscirono ancora una volta troppo flebili, insicure.

Solo a quel punto lui scattò in piedi, in una maschera d'ira e le gridò contro con tutto il fiato che aveva in corpo: - LEVATELO, HO DETTO, SGUALDRINA! -

Il cuore le balzò in gola, martellando, nel terrore, nell'eccitazione.
Gli occhi le si inumidirono per l'ennesima volta, ma non furono i soli a farlo.

Rabbrividendo e fremendo si abbassò le spalline e provò a farsi scivolare via l'indumento che però faceva presa sulla schiena leggermente sudata.
Ma anch'esso scivolò a terra, alla fine.

Solo allora l'uomo le si avvicinò e le pose le mani in vita, scuotendola, infilando le dita all'interno dei collant, squarciandoli, lacerando l'elastico, tirando, lasciando solamente qualche filo penzolante e qualche macchia di tessuto dal ginocchio in giù.

Lei scoppiò a piangere, singhiozzando, mentre percepiva le proprie mutandine completamente intrise di umori.
La incollò al muro, facendo aderire il proprio corpo coperto da indumenti che le apparivano come carta vetrata sulla pelle, ormai quasi del tutto nuda: l'aveva immobilizzata.

Ma si fermò.
Le sussurrò lievemente all'orecchio:
- Baciami adesso. -
E lei lo fece, quasi d'istinto.
Lui ricambiò per qualche istante l'intenso bacio, ma subito dopo la afferrò nuovamente dai capelli, facendola urlare, trascinandola fino alla poltrona e sbattendocela sgraziatamente sopra con l'addome contro uno dei braccioli imbottiti, cosicché lei affondasse con il viso sul sedile, fino a quasi soffocare, spinta dalla mano di lui.

Poi le allargò le gambe, rimaste tese, e con una mano si fece scendere la cerniera dei jeans, abbassandoli e rivelando il suo sesso già del tutto eccitato, mentre con l'altra, violentemente, le strappò via gli slip fin troppo bagnati e glieli affondò in bocca, proprio nel momento in cui lei aveva provato a sollevarsi e a respirare.

Un istante dopo fu dentro.
E anche stavolta lei non potè urlare.


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Spero di non aver turbato i più suscettibili, non è una cosa che ho provato io (di certo non ci avrei scritto un racconto, lol) e spero di non aver fatto troppi errori di battitura, ma non ho veramente voglia di rileggerlo dopo essermelo fatto venire a nausea per la preparazione psicologica che mi sono fatta per doverlo leggere davanti a tutti XD
Non vedevo l'ora di finire mentre ero lì, ma sono riuscita a mantenere la voce abbastanza ferma e a dare una buona intonazione (=
Alla fine, comunque, è andata bene: mi hanno detto che sono stata molto descrittiva, che non doveva essere stato facile creare un racconto su un'esperienza del genere e che sì, si capiva, nonostante avessi mantenuto appositamente il confine labile, che si trattava di un "gioco di ruolo" e non di una violenza.

Quindi questo è stato il mio battesimo di fuoco!




ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.