sabato 9 dicembre 2017

entropia

I giorni stanno scorrendo lentamente e velocemente al contempo, se ciò è possibile. Ovviamente loro scorrono come sempre, sono io che in alcuni momenti mi vedo scorrere le cose tra le mani alla velocità della luce, e in altri conto i secondi nella speranza che il tempo si decida a essere più celere.

Come sempre (a quanto pare), stanno succedendo un sacco di cose assolutamente random e io non riesco a far altro che viverle, cercando di mantenermi il più stabile possibile e riportando di tanto in tanto qui i dettagli del mio viaggio, cercando di distaccarmene per quanto posso.

Martedì sera mi sono decisa a partecipare ad una serata di Poetry Slam e, anche se mi rendo conto razionalmente che sia una cosa stupida, irrazionalmente ero tesissima e la mia voce mentre leggevo era tremante. Ma quel tremore, unito all'intonazione che sono riuscita sforzandomi a dare a ciò che dicevo, in modo totalmente inaspettato mi ha portato alla vittoria. E quindi ho vinto, grazie agli applausi del pubblico, una pubblicazione su una rivista fiorentina e un pranzo per due persone in quel locale. Il fatto di per sé è positivo, ma io continuo a rimuginare sul fatto che ho letto le mie cose di fronte a tutte quelle persone e questa cosa mi manda in palla. Credo che sia il giudizio di per sé che, come sempre, mi manda in palla.
Ho letto tre testi, uno per round. Il primo era quella poesia pesantissima che ho scritto poco dopo aver lasciato Gheri, il secondo una cosa piuttosto semplice scritta una cosa come dieci anni fa che ho ritirato fuori proprio da questo blog, ed il terzo era un testo che ho creato accorpando cinque brevi testi che avevo scritto poco tempo dopo essermi messa con il già citato. Che citarlo per scritto mi fa meno paura di dirlo ad alta voce. Alla fine, quando mi hanno chiesto di fare un discorso al microfono e io non sapevo che dire, ho letto una parte di un brano che uso anche come testo per l'immagine di copertina su Facebook che credo che sia una delle cose più vere scritte per me di sempre. E poi mi sono presa gli abbracci e le congratulazioni di un sacco di persone, cercando di non sparire troppo nella vergogna (fallendo nell'intento, credo).

Intanto però per la maggior parte del tempo mi affanno tra annunci di case, agenti immobiliari, spostamenti rocamboleschi in autobus a vedere posti assurdi, impegni di vario tipo che continuo a prendere e che almeno il 60% delle volte non riesco a rispettare per la stanchezza psicofisica, e cerco tutto sommato di andare avanti con la mia vita in bilico. Ma in quei pochi momenti in cui riesco a levarmi dalla testa il fatto che tra meno di un mese potrei essere in mezzo ad una strada, riappare lui. Mille scene, tutte unite insieme, il nostro maledetto albero di Natale, le sue dita che montano il Millenium Falcon della Lego, il suo profilo serioso, il suo divano, la sua cucina, io e lui insieme a casa sua. A casa sua, che ho sentito così mia. Il giorno in cui ho portato via tutto. L'ultima volta che l'ho visto. Le stilettate di dolore che tuttora mi assalgono quando penso a come è finita. Tutte le cose brutte e, soprattutto purtroppo, tutte le cose belle.

Stasera ero a cena qui a casa e in tv hanno passato la pubblicità del film di Star Wars in uscita, che io naturalmente voglio vedere. Ma è bastato vedere il trailer, che finora avevo più o meno inconsciamente scansato su Facebook, per farmi scoppiare in lacrime e correre in camera mia per non farmi vedere da nessuno.
Sono passati quasi dieci mesi da quando è finita. E anche se ho pensato di stare meglio, anche se sto cercando di andare avanti, anche se sono così impegnata banalmente a sopravvivere, quando la notte mi trovo sola e non ancora troppo stanca, piango per lui.
Questa cosa mi distrugge perché è difficile accettarla, ma al contempo mi dico di pazientare, che se sono sopravvissuta a M., sopravviverò anche a questa. Continuando a fare incubi ogni tanto, ma superandola.

Ho bisogno di un angolo di tranquillità in cui rifugiarmi che al momento non credo di avere. Poi forse riuscirò a far andare tutto meglio. Magari anche a riprendere a studiare.
Ho ancora così tanto da fare su di me, nonostante tutto quello che ho fatto finora, che a volte mi sembra che non finirò mai. E forse è proprio così.
Vorrei solo riuscire a lasciarmi tutto il dolore passato alle spalle e trovare il modo di costruirmi un futuro sereno, per quanto possibile.

Nella speranza di pensieri più positivi, riporto il testo che ho letto nella finale della gara in 2 minuti e 58 secondi su un massimo di 3 (fortunatamente non sapevo che mi stessero cronometrando, altrimenti sarei andata in pappa):

"I nostri desideri fanno rumore: stormiscono, a volte, come foglie di pioppo scosse dal vento.
Vibrando, ora forte, ora lieve, ci riempiono le orecchie mentre passeggiamo lungo il nostro viale alberato. E’ allora che, se abbiamo indossato gli occhi del colore adatto, possiamo vederli brillare, appesi ai rami: ce ne sono moltissimi e, sotto la luce del sole, abbagliano la vista costringendoci a celarci lo sguardo con le mani.
Se siamo fortunati, coleranno via dalle nostre ciglia, bagnandoci i palmi, entrando sotto la nostra pelle e riempiendoci di ogni cosa bella.

I nostri desideri fanno rumore: scricchiolano, a volte, sopra la nostra testa.
Nel cuore della notte mentre dormiamo li sentiamo rimproverarci, all’improvviso, nel buio, e ci svegliamo di soprassalto, col cuore che batte troppo forte, e ci diciamo “è solo la mensola”, “è solo l’armadio”, ci giriamo dall’altro lato e torniamo ad assopirci di nuovo.
Ma loro ritornano, ritornano sempre, quando meno ce lo aspettiamo, per spaventarci e scuoterci e urlarci nelle orecchie “ricordati chi sei”.

I nostri desideri fanno rumore: gorgogliano, a volte, dentro al nostro stomaco.
Quando li percepiamo nella pancia e non riusciamo a fermarli, e grattano, e scavano, e graffiano, e, lentamente bruciando, salgono lungo l'esofago e finiscono con lo sporcarci la bocca di verità.
Quando sobbollendo ci riempiono le orecchie solo del loro verso, e si fermano lì dentro a cuocere, a diventare incandescenti e consumati, a essere inafferrabili.
Allora dobbiamo schiudere le labbra e fischiare, e cantare, e urlare, e sputare, e odiare, e amare, e dire che la dolcezza che portiamo con noi non ci fa più paura.

I nostri desideri fanno rumore: sibilano, a volte, come serpi che nascoste strisciano vicino ai nostri piedi nudi e noi finiamo sempre per correre via o calpestarli, fino ad ucciderli. Forse non ci è ancora chiaro che il veleno mette in circolo l'adrenalina e, seppur mortale, quel sottile sibilare strisciante sulla nostra pelle scoperta è l'unica strada.
A volte bisogna sdraiarsi a terra e lasciare che due denti affilati ci perforino il collo, a volte bisogna contorcersi e urlare e vomitare fuori tutto quello che siamo, per essere degni di bere un antidoto e afferrare quel desiderio guizzante, viscido, violento, ma nostro.

I nostri desideri fanno rumore: crepitano, a volte, come legna verde messa a bruciare.
Si accendono lentamente, sollevando fumi neri, fin quando, inevitabilmente, divampano.
E mentre muoiono, mentre diventano cenere, il nostro stesso respiro si fa turbinoso vento e li sparge, e loro scorrono sotto la pelle, si perdono fino alla punta delle dita, e noi tutti bruciamo, noi tutti crepitiamo, noi tutti riluciamo come tizzoni, un istante prima di spegnerci.
E quando non sappiamo più come ricostruirci perché i pezzi di cui siamo fatti sono già tutti in polvere, e possiamo solo restare a contare i fori sul nostro petto che ormai sono così tanti da aver aperto un enorme squarcio sul vuoto… Noi dobbiamo fermarci.

Fermarci ed ascoltare i nostri desideri che fanno rumore."




ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

giovedì 30 novembre 2017

una favola per adulti

La vita continua ad essere caotica e priva di certezze, ma io sto cercando di vivere giorno per giorno con tutta la serenità che ho. Sono sorpresa dalla mia calma, nonostante questo turbinio di insensatezza e cambiamento e, anche se devo ancora lavorare molto su me stessa, per ora va bene così.

Sono finalmente riuscita a tornare al gruppo di scrittura e oggi ho scritto sul tema "favola per adulti" una cosa molto allegra, come sempre. E' un po' un monologo, un po' un flusso di coscienza, l'ho scritto in un'oretta e probabilmente avrei potuto fare di meglio, ma credo che esprima almeno un po' di quello che a volte mi sento dentro, e quindi va bene così.
Stasera avrei voluto leggerlo meglio, ma la mia mente attuale è piuttosto deconcentrata; in ogni caso ho ricevuto feedback positivi: positivi nel senso che è piaciuto, ma anche nel senso di negativi, cioè che le persone sono state male, quindi penso di essere riuscita ad esprimere almeno in parte quel tipo di dolore. Il commento che più mi ha fatto riflettere è sul fatto che il protagonista sia molto arrabbiato, nonostante normalmente in casi come questi ci sia solo disperazione. Sono felice che qualcuno abbia colto questa sfumatura perché per me era importante riuscire ad esprimere la rabbia per una promessa infranta.


"E vissero per sempre felici e contenti.

E’ vero: abbiamo vissuto per sempre felici e contenti. Dove “per sempre” è da leggere come “fin quando tu non te ne sei andata”.

Il nostro è stato un “per sempre” piuttosto breve, rispetto alla normale vastità del concetto, ma in effetti è stato anche un “per sempre” lungo: dieci anni, lunghi a loro modo perché in ogni mese insieme abbiamo creduto che fosse arrivata la fine. E tutto questo era quanto di più bello potessi sperare, anche se in realtà non era una cosa che avevo mai sperato prima. Prima di te.

Ogni mese, ogni giorno, per essere precisi 3.653 giorni, ci siamo amati con la consapevolezza che quel momento poteva essere l’ultimo, ma senza angoscia, anzi, con un fuoco dentro che non si è mai spento, e tu sai di cosa parlo, quel fuoco che ti brucia nel petto, nello stomaco, sotto la pelle, diciamo pure ovunque, quando incontri qualcuno che sai che devi avere vicino, che sai che devi tenerti vicino, e per quanto tempo farlo, incredibilmente, diventa secondario, scompare, perché il tempo stesso si dissolve, perché in un istante vi state già amando, in un minuto siete già sposati, in un’ora vi siete reincarnati almeno altre due volte. Quando hai incontrato quel qualcuno l’hai provato ed io lo so perché me l’hai detto, lo so perché quel qualcuno sono io.

Sono io che ti ho portata con me in questi dieci anni, ti ho abbracciata, a volte anche troppo forte, e ho contato ogni giorno i minuti passati insieme, e quindi tutti i matrimoni a cui abbiamo partecipato come sposi, ogni volta diversi; li ho contati perché sapevo che avrei dovuto tenermeli stretti quando tu te ne saresti andata. Anche se mi pregavi di non andare via io, anche se ti ho pregato di non andartene io, sapevo, in fondo a me stesso, nella parte dove si vanno a nascondere tutte le nefandezze delle nostre anime, che tu un giorno te ne saresti andata.
E io mi ero giurato, ti avevo giurato, di odiarti con tutte le mie forze se tu l’avessi fatto, di cancellarti da ogni angolo della mia vita, della nostra casa, dei pensieri, dei desideri, dei ricordi, dei sogni, sapendo che non ci sarei riuscito, ma l’avrei fatto comunque, perché è questo quello che deve fare ogni essere umano: andare avanti. Purtroppo. Io credo invece che ad alcune cose semplicemente non bisognerebbe sopravvivere. Che ci sono dei dolori morali, dei dolori emotivi, mentali, a cui non dovremmo in alcun modo sopravvivere. Sopravvivere perché? Per evolverci, per migliorarci, per continuare a sperare in un domani. Ma se io non volessi? Se io non voglio più sperare in un domani, migliorarmi, evolvermi da quando te ne sei andata, perché devo restare?

Ma mi hanno insegnato a farlo, me lo hanno inculcato così profondamente nella testa, me l’hai inculcato tu così profondamente dentro, che adesso devo farlo. Anche se so che è questo il motivo per cui tu non ci sei più.
Per cui tu, nonostante io abbia cercato di curarti e guarirti e coltivarti come il migliore dei miei fiori, quale tu sei, quale tu sarai sempre, per cui tu ora sei morta.

Morta. Morte. Una cosa che non temo più. Che ho temuto, fintanto che ero con te, che ho temuto per te, quando mi facevi promettere che io non sarei morto per primo. Quando sussurravi al mio fuoco di bruciare per scaldarti e lui lo faceva, perché non sapeva fare altro accanto a te, e tu mi baciavi le spalle e piangevi. Quando, incapace di annodare i nostri sogni insieme ad anni troppo lontani, li osservavo mentre ti scivolavano via dalle dita.
E tu credo che non lo sappia, ma li ho raccolti tutti quanti e li conservo in quella scatola di legno intagliato sul comodino, quella che avevi comprato solo perché era bella, ma poi era sempre rimasta vuota. Ecco, ora è piena. In realtà è sempre stata piena. Di tutti i desideri che non avevamo ancora potuto realizzare. Di tutti i desideri che non realizzeremo mai. Di tutti i desideri che ormai conosco a memoria perché ogni giorno, da quando te ne sei andata, li sfoglio e lascio che mi taglino le dita.
E di giorni ne sono trascorsi molti di più del nostro “per sempre” insieme, almeno 12.900, ma non sono sicuro di questo numero quanto sono sicuro di quello dei giorni in cui abbiamo vissuto di calore e vicinanza. Perché hai deciso tu, hai scelto tu di lasciarmi nel nostro giorno, di chiudere il “per sempre” lì dove era iniziato. E io, ancora una volta, ho annuito alla tua decisione, mi sono messo in ginocchio di fronte alla foto della tua lapide e ti ho portato delle orchidee. Proprio come quando ti ho detto per la prima volta che ti amavo, l’ho fatto tremando, l’ho fatto senza sapere cosa sarebbe accaduto dopo.
E la prima volta è accaduto tutto. L’ultima, invece, non è successo niente. Perché continuo a vivere con te, ma senza di te. Senza la tua voce, senza il tuo profumo, senza il tuo calore. Senza.

Ho imparato subito che la morte è proprio questo: senza. Privazione, mancanza di qualcosa che prima c’era e ora non c’è più.
Ho imparato invece solo ora, ora che anche io sto diventando sempre più freddo, che era proprio questo che non potevi accettare, che per quanto tu abbia lottato non hai potuto accogliere in te, che non hai potuto aspettare che accadesse: il senza, la mancanza di calore, il freddo. Il raffreddarsi del mio fuoco.

Ed è per questo che hai spento prima il tuo, è per questo che hai messo fine al nostro “per sempre”.
Vero?"





ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

sabato 25 novembre 2017

un altro passo verso


Mi chiedo quale sia la giusta soglia di dolore da affrontare per raggiungere i propri sogni.

Mentre me lo chiedo, anche se adesso voglio ancora una volta svanire, mi sento sollevata perché so che ho dei sogni. Che sono fondamentalmente sempre gli stessi, anche se hanno cambiato forma. O forse ho cambiato forma io, ho cambiato la consapevolezza e le aspettative nei loro confronti.

Non so ancora se sto seguendo il giusto percorso per raggiungerli e non so se li raggiungerò mai.
Ma loro sono lì, sono sempre rimasti lì.


Sono tornata dalla Spagna. E' andato tutto sommato bene e non ho nemmeno pianto troppo al momento dei saluti, anche perché ero impegnata a sopravvivere alla febbre e alle cose da fare.
Purtroppo gli incubi mi hanno inseguita fin lì e, sebbene pensassi di aver passato il peggio tra settembre e ottobre, non ero evidentemente pronta per novembre e dicembre.
Oltre ai sogni, in questo periodo anche quando sono sveglia spesso mi sento come se non fosse passato un giorno dal momento in cui ho fatto i bagagli per lasciare casa sua.
Ho pianto ancora e mi ritrovo a chiedermi di nuovo quando tutto questo finirà. Alterno momenti in cui penso di poter addirittura parlare con lui e gli altri, se mai lo dovessi incontrare, come una persona normale, a momenti in cui anche solo sentir menzionare contesti vicini la gola mi si stringe nell'ormai conosciuta sensazione di vuoto.
So che devo essere paziente. Che devo mettere in fila un mese dopo un altro. In attesa che diventino anni. Spero solo che basti, anche questa volta.

Anche perché nel frattempo non ho potuto rimanere ferma. Non ho potuto darmi pace e restare da sola, ho continuato a girare e conoscere ed esplorare e a chiedermi ogni giorno se stessi facendo la cosa giusta.
Ed ora mi trovo nel punto in cui, per la prima volta in vita mia, devo mettere da parte i miei sentimenti e pensare al modo in cui rimanere a Firenze, visto che non so più dove prendere i soldi per mantenermi.
E così nel giro di un mese dovrò pagare i debiti con il padrone di casa, l'agenzia immobiliare, le caparre e tutto il resto. Oppure tornare dai miei, la qual cosa la mia testa continua ad escludere in automatico, mentre non dovrebbe.

Sono pronta a prendermi cura di me. A lasciare che qualcuno mi aiuti a farlo. Pronta a rimettermi in gioco. Pronta a vivere come vorrei.
O forse no?


Come è possibile stare per metà sotto terra e per metà sopra le nuvole?


Continuo a scrivere come posso. Ieri sera ad un evento di SCF una mia poesia è stata scelta per essere letta, così ancora una volta ho superato la vergogna e ho parlato al microfono provando a recitare queste parole:
"Negli anni che posso contare 
Vi sono vuoti oscuri 
In cui molto è entrato 
E niente è uscito 

Si sono persi quei giorni 
Nel susseguirsi dei mesi 
Sono andati ad unirsi 
Alle file degli incubi 

Ma ho perso anche 
Fin troppi bottoni 
Così che nessun cappotto 
Può più coprirmi dal gelo 

E vado senza meta 
A petto nudo 
Col vento in faccia 
Tossendo via 

I legami 
Le promesse 
Le mancanze 
Gli odori 

E aspetto ormai paziente 
Dei lacci nuovi in dono 
Per non perdere almeno 
Le mie scarpe buone 

Eppure non ho bisogno 
Di credere ancora al fato 
Perché ciò che mi basta 
E’ la mia non-direzione"

La cosa migliore che abbia potuto capire quest'anno credo che sia il fatto che il non avere una direzione non sia una cosa così spaventosa e sbagliata.
Nonostante tutto, sono molto orgogliosa di me per questo.
Anche se decidessi di rimanere sola adesso, non avrei paura. Ed è una consapevolezza bellissima, come è ancora più bello sapere che in realtà ho molte persone a cui voglio bene.

Anche se è un altro periodo cupo, sono ormai consapevole di non poter far altro che andare avanti.
E quindi semplicemente lo faccio.


ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

mercoledì 1 novembre 2017

All'improvviso.

Ho veramente bisogno di scrivere, ma non tramite racconti o poesie, ma di cose concrete.
Sono in Calabria, domani riparto, e le cose che continuano ad accadere a me o a persone a me care sono improvvise, assurde, spesso tragiche.
Forse dovrei aspettare ancora prima di scrivere questo post, visto che ora sono un po' alticcia (l'amaro del tardo pomeriggio colpisce ancora), ma dopo aver parlato con Ari stasera penso sia il caso di fare il punto della situazione con me stessa, almeno in breve.

E' Novembre, il mese del buio. Io vivo in un quasi perenne stordimento che mi salvaguarda dagli scossoni emotivi, ma che impedisce di essere attiva quanto dovrei/vorrei.
Devo cambiare casa perché la mia famiglia non ha più i fondi per continuare a mantenere la mia piuttosto costosa-come tutto a Firenze-stanza singola. Potrebbero aiutarmi per qualche altro mese di sicuro, ma sono questi i mesi buoni per cercare casa.

Il fatto è che sono fondamentalmente nullatenente perché i miei lavori mi danno veramente pochissimo, per quanto abbia cercato, e voglio cercare di gravare il meno possibile sui miei genitori da ora in poi.
Genitori che sono veramente agli sgoccioli dal punto di vista psicologico, con cui continuo ad avere grossi problemi di comunicazione e loro continuano ad averne tra di loro di tipo insormontabile.

Nel frattempo tragedie più o meno gravi continuano a spuntare intorno a me come funghi e io faccio del mio meglio per tamponare i danni, spero non del tutto inutilmente.
E seguo troppe cose tutti insieme, i miei lavori e la ricerca delle case che temo di non trovare perché è quasi impossibile negli ultimi anni a Firenze, e tutto ciò mi porta ad essere abbastanza fuori di testa.

Continuo a sognare e a pensare ai miei ex, ovviamente non volendolo. Non è più doloroso, ma sono martellata dai ricordi. Pensavo sarebbe stato via via più semplice, e in realtà lo è, ma in alcuni momenti mi sembra di non farcela. Soprattutto nei riguardi di Gheri.
Ogni volta che in modo istintivo penso alla mia futura casa, penso a casa sua. Ed ogni volta è terribile. Mi fa ancora molto male vedere qualsiasi cosa lo riguardi e, per quanto lo eviti, a volte capita.

Quindi non so bene cosa fare. In realtà so che se mi fermo, è peggio. Quindi è giusto provare ad andare avanti come sto facendo. Ma il suo pensiero è davvero invadente da ormai due mesi. Mancano ancora quattro-cinque mesi, e poi sarà passato un anno da quando ci siamo lasciati. Forse andrà meglio, come è successo in passato. Lo spero.

Spero, in realtà, nei prossimi mesi, quindi con il nuovo anno, di trovare una nuova stabilità. Nuova casa, nuova vita. Liberarmi di tante zavorre. Ma in realtà i ricordi mi salgono lungo la gola così spesso da mozzarmi il respiro. Anche se non li vorrei mai. Vorrei solo dimenticare tutto. Ma so che non si può. 
Posso solo combattere ogni giorno contro me stessa. E provare ad accettare le cose buone e le cose brutte.

Quello che mi sta succedendo è così assurdo da non crederci. Pur partendo da presupposti negativi, ed essendoci ancora molti eventi negativi nella mia vita, non posso non provare a viverla in modo positivo. Ma non so quanto mi stia illudendo che tutto andrà bene. D'altronde, cosa altro posso fare se non sperare?

Non credevo di poter arrivare a dire che è la speranza ciò che mi porta avanti.
La speranza che un giorno starò meglio, che avrò persone che mi staranno vicine per sempre, che troverò la mia fottuta strada. Che tutto si sistemi intorno a me, o che almeno ci provi.

Lo spero. Posso solo fare questo.
Ed andare avanti come un treno, contro tutti, verso ciò che mi fa stare bene.
Tra qualche giorno partirò per un nuovo progetto europeo, stavolta in Spagna.
Spero che mi dia nuove risposte.

So che ci sono vite molto peggiori delle mie, ma non so più assolutamente come rapportarmi ad ogni cosa. Per cui penso il meno possibile e seguo l'istinto.
E la speranza.




ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

giovedì 12 ottobre 2017

FiloRosso

Questo periodo è davvero pesante. E' una cosa che mi ripeto spesso, in realtà, ma da fine Settembre in poi è stato un crescendo di ricordi. Sapevo che sarebbe stata dura, anche se sto un po' meglio, ma siccome in questo periodo faceva il compleanno lui e lo faccio anche io, ogni anno abbiamo organizzato la festa insieme, e ora mi sento abbastanza sperduta.
Ho organizzato un super-festino per sabato prossimo che mi sta tenendo impegnata, ma il 9 ottobre è stato il primo compleanno in vita mia in cui non ho ricevuto nessun regalo. So che non dovrei aggrapparmi agli oggetti, ma per me le ricorrenze sono importanti e quindi, nonostante non mi fossi fatta aspettative sulle persone che ho vicino (grazieadio), non ritornare con la mente al mio passato è stato impossibile: tutte le cure di mia madre, i regali dei miei ex, i fiori, e tutto il resto.
Fortunatamente ho ricevuto molte belle parole e Santi mi ha anche preparato una piccola torta, e sono molto grata di queste cose, ma sento che qualcosa non va comunque. Anche se ho trovato il modo di farmi un regalo da sola, nella speranza che il suo significato si possa mantenere nel tempo.

In questo periodo penso davvero di continuo al mio ex e mi sento così male che non riesco neppure a scrivere il suo nome qui. Mi vengono in mente tantissimi ricordi felici e conviverci è difficilissimo, più che convivere con le cose brutte successe. Mi ripeto che passerà, e spero davvero che succeda.
Ho le giornate piuttosto piene, e questo un po' mi aiuta, anche se ogni giorno mi chiedo dove andrò a parare nella vita. Sono divisa tra mille impegni e quasi nessuno di questi mi porta qualche entrata.
Ho provato a riprendere gli scavi archeologici, ma dopo un giorno e mezzo sono tornata a casa perché ho sentito che il mio posto non fosse lì, perché facevo troppa fatica per via dei miei vari problemi fisici, e più di una volta ho dovuto nascondermi per non piangere in mezzo agli altri, sullo scavo.
Sapevo già da anni che sarebbe stato praticamente impossibile per me svolgere questo mestiere, ma quando sogni qualcosa per venti anni è difficile rassegnarsi. Così ci ho riprovato, a inseguire il mio più grande sogno, e ora so che non potrò farlo, almeno dal punto di vista pratico. E' stato difficile prendere la decisione di andare via, visto che gli archeologi responsabili continuavano a dirmi che sono una tosta e visto che, nonostante la differenza di età, stavo riuscendo piano piano a simpatizzare con i miei colleghi, ma ho sentito di doverlo fare perché ero già al mio limite fisico, ma soprattutto psicologico.

Sono davvero triste in questi giorni, mi sento priva di significato, ma cerco di usare i soliti metodi che conosco per convincermi che tutto andrà bene. Per mantenermi attiva e costringermi ad alzarmi dal letto ogni giorno. Ieri il tema del gruppo di scrittura che avevo scelto era "Inferno" (venuto fuori da ben due bigliettini che avevo inserito), ma alla fine hanno deciso di slittare a settimana prossima per dare più tempo a tutti per scrivere. Non sono d'accordo con questa decisione, preferivo avere un nuovo argomento a settimana, ma me ne farò una ragione come per tutto.
Nel frattempo però abbiamo letto i pezzi per la mostra che si terrà il 18 Ottobre; io ne avevo due da fare, uno sull'argomento principale (Filo Rosso) ispirato ad un disegno fatto dal bravissimo Samu (un cielo notturno con tre pipistrelli sulle cui ali sono impressi stemmi nobiliari in primo piano, dei quali due si contendono il filo rosso), e l'altro su Boscodinchiostro, il libro per bambini che stanno scrivendo Rosi e la disegnatrice Yle. E' stato complesso scrivere per entrambe le cose, nel primo caso perché dovevo ispirarmi ad un tema e ad un disegno ben preciso, nel secondo perché il mio personaggio nel libro è una specie di corvo antropomorfo piuttosto girovago ed il pubblico sarà tra gli 8 e gli 11 anni.

Alla fine sono riuscita a scrivere tutto, piuttosto di getto come al solito, ma ricorreggendo più volte in alcuni punti. Questi sono i risultati:



Per "Boscodinchiostro"

"Ho viaggiato
Ho visto
Ho ascoltato
Ma non tutto

Ogni volta
Mi lascio da parte
Un boccone buono
Per altri tempi

E di ciò che prendo
Vi porto un ricordo
Un po’ stanco
E un po’ brillante

Ho viaggiato
Per molti mondi
Ma in realtà pochi
Perché non posso
Imparare troppo insieme

Ho visto Granelli di sabbia
E fili d’erba
E nubi bianche
Ma anche nere

Ho ascoltato
Le onde della risacca
Lo stormire delle fronde
I canti dei miei simili
I loro pianti e risate

E poi sono tornata
Come tutte le volte
Ma per ogni cosa
Che ho preso
Un’altra ne ho data

Così per ogni cosa
Che vi dico
Voi mi date
Tempo prezioso
E tepore

Allora io
Non narro
Di guerre
Di carne
Di statue

Ma solo
Di sguardi
Di alberi
E di percorsi
Persi, giovani, irrisolti

Perché dalle piccole cose
Nascono le grandi

E per le piccole cose
Non bisogna pagare

Se le darete e prenderete
Rimarranno con voi

Sempre."




Per "Filo Rosso"

"Ho dita d’inchiostro
Ho occhi di tenebra
Ho cuore di buio

Solo sul mio collo
Brilla il rosso destino
Teso tra zanne
Che non mi appartengono

Contendono tirando
Il mio fato disilluso
Spartito tra forze
Umane ed ancestrali

Una regola
E rende senziente
Ma spesso mi avvolge
La mente nel gelo

Una incosciente
Spinge sempre avanti
Ma a volte mi abbandona
Oltre il ciglio del vuoto

La terza tutto sa
Anche ciò che non dovrebbe
Ma si aggrappa ostinata
Al dolore mai accolto

In bilico la mia voce
Tesa sullo stretto filo
Rimane in attesa
Di poter vibrare oscura

Per la luna
Che illumina la notte.
Anche se io
ho occhi ciechi
Per vedere."



Nessuna delle due mi convince tantissimo per una mostra o un libro, ma penso che l'ultima mi rispecchi parecchio in questo periodo: ho immaginato i pipistrelli come qualcosa di nobile (i sentimenti) e i due che si contendono il destino sono ragione e sentimento, mentre quello che sta sopra tutti è la paura. Credo che soprattutto l'ultima pezzo sia molto rispecchiante quello che sto vivendo: magari ci sono luci intorno a me, ma tanto mi sento cieca.






ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

venerdì 6 ottobre 2017

Incalcolabile

Mi sento rassegnata, ma al contempo so di non poter mollare. Quindi sto qui ed osservo tutto ciò che accade ogni giorno, lasciandomi sorprendere dalle cose positive e da quelle negative. Nel frattempo cerco di sopravvivere e di tenermi impegnata. Anche fin troppo impegnata.
Per mercoledì scorso non ho avuto tempo di scrivere sul tema "Incalcolabile", così mi sono ritrovata all'ultimo momento a scrivere in mezz'ora questa pseudo-dichiarazione d'amore. Mi vergognavo a leggerla perché è un po' "carnale" e perché non mi convince del tutto, ma alla fine l'ho fatto e in realtà agli altri è piaciuta e sono rimasti a discutere a lungo su ciò che volevo esprimere, soprattutto riguardo questa "schiena". Mi sono sentita incoraggiata anche stavolta e quindi la riporto qui (anche se secondo me, come la scorsa volta, è qualcosa che dà di più a sentirla leggere, che a leggerla):


"Mi chiedo se voglio davvero passare il resto della mia vita con quella schiena.
Ogni giorno la osservo e ne conto i nei e le cicatrici, accarezzo con lo sguardo i contorni delle scapole e le sfumature della pelle.
Ogni giorno ho voglia di stringerla a me, ogni giorno ho voglia di spingerla via.

La guardo muoversi e cerco di contare tutte le volte in cui ho desiderato abbracciare una schiena, solo quella schiena, e nessun'altra. Ma i numeri mi si bloccano in mente, e li sento pesare sugli occhi, come terra sopra bare.
Cerco allora di cancellare quei calcoli dalla mia faccia, aggrappandomi a quella schiena, alla tua schiena, al pensiero che possa essere solo lei, e nessun'altra.

Ci affondo il viso, il naso, le narici, le riempio del tuo odore, la bocca, la riempio della tua carne che mordo mentre affondo le unghie sul tuo petto. E tu, tu non dici niente, e non so se quello che sto strappandoti via di dosso è davvero mio, è davvero per me.

Conto i respiri che trattieni per non lasciare andare il dolore, conto i battiti che perdo per sempre dentro la speranza, conto le gocce di sangue, le lacrime, i silenzi.
Ma non sono capace di sommare tutto questo, non sono capace di sottrarre il male che ci facciamo, non sono capace di moltiplicare ciò che sento in tuo nome, ma non sono capace nemmeno di dividerci.

Non posso calcolare tutto quello che sento solo guardando la tua schiena, solo guardandoti, perché tu sfuggi ad ogni statistica.
Ed io credo di amarti perché tu sei per me incalcolabile."


E quindi niente, continuo a provare a scrivere, scrivo anche d'amore, ma in realtà non so come dovrei sentirmi. Sogno ancora i miei ex, sento ancora dolore, e tra pochi giorni sarà il mio compleanno. E so già che sarà un giorno dolorosissimo perché non ho più quasi niente di ciò che avevo l'anno scorso in quel giorno. Fortunatamente lunedì inizierò gli scavi e, comunque vadano, mi terranno la mente impegnata con qualcosa di buono. O almeno spero.




ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

venerdì 29 settembre 2017

Riassunto.

(Il mondo intorno a me è diventato più surreale e frammentario del solito, ma io mi tengo forte e nel frattempo provo a scrivere.
Il tema di mercoledì scorso al gruppo di scrittura era "Riassunto" e questo è il titolo del delirio che segue.)


Sono in anticipo. Il corridoio lungo e chiaro mi accoglie caldo, fin troppo caldo, come al solito.
Mi levo il cappotto e la sciarpa, mi schiarisco leggermente la voce, ma piano piano, perché ho sempre paura di attirare l’attenzione di qualcuno dietro le silenziose porte che adornano le pareti.
Guardo l’orologio: manca poco più di un minuto. Sono ormai mesi che non mi faccio vedere, ma non mi sembra passato neanche un giorno dall’ultima volta.
L’uscio di fronte a me si apre, qualcuno esce, io abbasso la testa come ogni volta per evitare di incrociare lo sguardo di quell’individuo che ho timore di mettere in difficoltà: magari lui si vergogna ad essere qui ed ha paura di essere riconosciuto. Ma io non voglio vedere la sua faccia, forse potrebbe interessarmi la sua storia, ma rimango distante perché non posso fare niente altro, e lui (o forse lei) mi sfila accanto come un’ombra scura ai margini del mio campo visivo.

E nel frattempo entro. Sorrisi di saluto: sinceri i miei, probabilmente di circostanza i suoi. Ma mi piacciono comunque, credo che abbia studiato anche per saper rassicurare i clienti così.
Mi guardo attorno e non è cambiato niente dall’ultima volta: il divanetto parzialmente in pelle, il tappeto un po’ vecchio, le luci mal disposte, l’aria leggermente profumata e i colori sbiaditi dell’arredamento che mi lasciano sempre addosso una piacevole sensazione di neutralità, di non colpevolezza, di porto sicuro, seppur di passaggio. L'unica cosa che mi continua a disturbare dopo tutti questi anni sono quelle cornici alle pareti, così piene di parole scomode che mi ricordano il vero perché del mio essere qui.
Qui, su questo divano grigiastro, che sembro accarezzare con i palmi delle mani come se fosse mio, ma su cui in realtà uso le dita come ancore per stoffa mentre sento già più caldo di prima al pensiero di quanto sta per accadere.

“Non ci vediamo da un po’!”
Annuisco, sorrido, mento.
“Lo so, mi dispiace, sono stato via spesso e ho avuto molti impegni e… Adesso ho molte cose da raccontarti.”
Lei annuisce, probabilmente intuisce le mie bugie: non avevo i soldi per pagarla, ma non è abbastanza dignitoso da dire a voce alta.
Si mette comoda, incrocia le gambe, mi guarda incoraggiante.
“Raccontami allora.”
Io annuisco, apro la bocca, e taccio.
La richiudo, guardo altrove perché i suoi occhi addosso mi mettono ancora a disagio, nonostante tutto il tempo trascorso insieme. Respiro, mi prendo il mio tempo, ripetendomi quel mantra che faccio fatica a ricordare, e cioè che lei mi ascolta, ascolta le mie parole ed ascolta i miei silenzi, perché è il suo lavoro.
Cerco di mettermi più comodo anche io sul divanetto quasi in pelle dell’Ikea a basso costo, dall’insipido colore incapace di soverchiarmi i pensieri.

Nonostante ciò, ho bisogno di chiudere gli occhi. Senza che lei me lo ripeta, so già che devo respirare profondamente e concentrarmi su quello che provo, cercare di capire perché lo provo, perché è lì dentro di me.
Inspiro, espiro.
Penso a tutte le volte che l’ho fatto negli ultimi mesi, a tutte le volte che sono stato costretto a farlo negli anni, a tutte le volte che dovrò farlo per il resto della mia vita.
Inspiro, espiro.
Ogni volta provare qualcosa di enorme ed insensato e ingoiarlo intero, per poi violentarmi e scavare e cercare di capire il perché di quel dolore, il perché di quella rabbia, il perché di quella voglia di morire.
Inspiro, espiro.
Espiro forte, espiro a fondo, riapro gli occhi e la fisso:
“Facciamo che ti faccio un riassunto.”
Lei annuisce, come sempre.

Richiudo gli occhi per un istante, li riapro, batto le palpebre, mi sento all’improvviso confuso, stringo i pugni sulle mie ginocchia: e percepisco tutto, tutto insieme, ogni movimento che sto compiendo, ogni piega della pelle, ogni grattare della coscienza. Mi fisso a guardare le sue mani calme, in placida attesa, e non ho il coraggio di sollevare lo sguardo sul suo volto.
“Io credo che tutto questo sia sbagliato, ma me lo sto facendo andare bene. Credo di aver trovato un equilibrio, nonostante tutto ciò che è successo, nonostante tutto quello che mi passa per la testa.
Mi sento più stabile e credo che questa mia sensazione derivi dal fatto che tutto quello che poteva crollare è ormai crollato e io non sono più in bilico su niente semplicemente perché non c’è più niente sotto di me.
Sono a terra, sono con i miei piedi a terra, su quella terra che nessuno dovrebbe mai calpestare. Ed invece alcuni ci camminano sopra, ma solo perché è l’unico posto dove sono riusciti ad arrivare, perché tutto l’altrove gli è sfuggito dalle mani. Sono forse inetti, forse pigri, forse masochisti, questo non lo so, probabilmente lo sono anche io, ma nella mia stabilità attuale voglio pensare che non sia colpa mia. Che non sia solo colpa mia. Se ho perso tutte queste occasioni, tutte queste persone, tutto questo tempo. Che anche se ci ho messo dentro ogni fibra di me stesso, tutto quanto è andato a puttane, ed io sono ancora qui, di fronte a te, a cercare un perché ai miei traumi, alle mie perdite, alle mie mancanze, che ogni giorno mi tolgono l’aria dai polmoni e mi fanno desiderare di morire.
Lo so, so che non dovrei, e mi vergogno a dirlo anche se meno che in passato, ma voglio morire. Voglio morire anche quando tutto sembra andare liscio, anche quando non è successo niente, mi sveglio la mattina e decido che quello sarebbe il giorno giusto per morire, perché i miei incubi sono andati oltre ed io non so più come analizzare a fondo la sofferenza che mi danno.
Ma io non voglio morire, perché morire è abbandonare, morire è lasciare la presa, e non sono mai stato bravo a lasciare andare. Io desidero con tutto me stesso allontanarmi dal mondo degli umani senza fare danni intorno a me. Voglio scomparire da un giorno all’altro e vorrei che tutte le persone che ho attorno fossero colpite da amnesia. Che qualcuno entrasse nella mia stanza e trovasse tutte le mie cose e si chiedesse come ci sono finite lì, pensando che si tratti di una candid-camera. Voglio sbriciolarmi ed essere soffiato via perché tanto la maggior parte di me si è già sbriciolata e io sono fottutamente stanco di tenere tutti i pezzi insieme solo perché devo.
Perché devo? E’ questo ciò che mi chiedo. Non perché sono nato, non perché esisto, non quale sia il mio scopo nel mondo. So già di non averlo. Nessuno di noi lo ha. Siamo animali troppo intelligenti per vivere sereni nella natura, dovremmo pensare a sopravvivere come possiamo, e invece ci siamo fissati con questa cosa della vita sociale, con questa cosa del lavorare, con questa cosa che bisogna fare cose per essere un essere umano vero. Ma io non voglio più fare un cazzo, perché tanto non ci riesco. Io sono già un essere umano e non capisco tutto quello che mi viene chiesto, tutto quello che il mondo pretende da me.
Ma in fondo mi andrebbe bene perché so che le cose devono andare così e non sarò di certo io a cambiare la vita. Vorrei però non dover fingere, non dover sempre sforzarmi di sorridere, non dover dire che ho mal di testa perché è la stagione dei pollini, che ho mal di stomaco perché ho bevuto troppo, che non respiro perché soffro d’asma, non voglio più mentire perché gli altri potrebbero escludermi o compatirmi. Io voglio guarire da tutto e subito, e dimenticare ogni goccia di angoscia che mi porto addosso ogni giorno, dimenticare la voglia di ammazzarmi, dimenticare il terrore cupo che mi si infila sotto la pelle senza che io possa fare niente che non sia ripetermi che andrà tutto bene e che passerà. Che passerà anche stavolta, che passerà per l’ennesima volta.
E se non posso guarire, voglio smettere di prendermi per il culo, di prendere per il culo chi mi sta intorno, persino le persone che amo, perché se mi sento soffocare è perché sono in preda al panico, perché se mi viene da vomitare è un attacco d’ansia, perché se non voglio alzarmi dal letto nemmeno per lavarmi la faccia è un picco depressivo, ed io voglio, io pretendo, che gli altri lo sappiano, che la smettano di trattarmi come se stessi bene o come se stessi per morire, senza vie di mezzo.
E’ questo quello che voglio: una fottuta via di mezzo. Perché io non sono malato come quelli che non possono camminare, come quelli che vanno in giro col cane-guida, come quelli che si imbottiscono di pillole tutto  il giorno, perché io sono fortunato, e continuo a ripetermelo, ma perché allora non sono sano? Perché per uscire di casa devo combattere contro la tachicardia, perché per inviare una mail devo controllare i tremori, perché se voglio bene a qualcuno devo sentirmi tutto quel cazzo che c’è dentro il mio stomaco, dentro la mia pancia, smembrato e contorto? Perché se sono sano devo avere tutta questa paura di perdere il controllo, di perdere me stesso, di perdere gli altri, di perdere l’orientamento, di perdere? Di perdere… Tanto da perdere il respiro.
Dimmelo tu, tu che fai questo lavoro e chissà quanta gente come me vedi da anni, dimmelo tu come fare a convivere ogni giorno con tutto questo, e come farlo continuando a vivere come tutti gli altri, facendo finta che ogni cosa vada bene dentro di me, sempre. Perché altrimenti nel mondo non ci sarebbe spazio per quello che sono, più di quanto già non ce ne sia.
Dimmelo tu se è giusto che io mi senta stabile solo perché sono affondato fin dove potevo e da qui non posso più scendere, ma nemmeno salire, e quindi mi sono solo abituato a tutto questo, dimmelo, è così che deve andare? E’ così che devo rassegnarmi a sopravvivere?
Se tu mi dirai di sì, io ci proverò. Semplicemente perché non posso fare nient’altro.”

Le parole mi muoiono in gola perché ho finito la voce. Mi accorgo solo ora di aver alzato lo sguardo su di lei, di aver alzato il tono, di aver alzato il culo dal divanetto in quasi pelle e di essermi levato la giacca, lasciandola cadere a terra, e di avere caldo nonostante la camicia leggera, di sentirmi caldo, di sentirmi arrabbiato, ma anche definitivamente disperato.
Deglutisco, mi risiedo composto, prendendomi il volto fra le mani per la vergogna.

La voce della mia psicologa mi arriva flebile, ma chiara nel silenzio improvviso del suo studio:
“Io non lo so.”





ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

mercoledì 20 settembre 2017

A galla.


E sono ripartita.
Quasi quindici giorni ad un altro progetto in Slovacchia e da sola all'esplorazione di Zagabria. Ed è andato tutto bene. Ho conosciuto nuove persone adorabili e sono sopravvissuta a me stessa.
Sono molto orgogliosa di me per questo. Anche se adesso sono a letto infreddolita, con i piedi fasciati a causa della tendinite e gli occhi stanchi.

Non posso dire che le cose vadano male, come non posso dire che vadano bene. Semplicemente mi sto limitando a galleggiare, a rimanere a galla. E che dire, è sempre meglio di stare sul fondo in procinto di annegare.

Sicuramente il fatto che sarò costretta, non so ancora come, a cambiare casa mi aiuterà: sarà doloroso lasciare la mia stanza e Santi dopo sei anni, lo sarà molto. Lo è di già: sto regalando e buttando via una grossa fetta delle mie cose per alleggerire il più possibile il trasloco. Ma mi rendo conto che stare qui non mi fa benissimo. Ho le mie piccole certezze, e non è poco, ma probabilmente ho vissuto veramente troppo tra queste mura. Ora come ora non ho i soldi per andare dalla psicologa, quindi sto cercando di tenermi sotto controllo da sola, e spero di continuare a farcela fin quando non avrò la possibilità di tornare. Anche se non so quando, visto che sono in debito con il mio padrone di casa di più di 1000 euro. Ma stranamente, nonostante questo, nonostante non so dove andrò a finire da qui a pochi mesi, non mi sento sconvolta.
Mi sento pronta.
Forse è perché ormai vivo sulla difensiva, forse è perché mi aspetto di tutto dalla vita, forse è perché sono molto rassegnata a ogni nuova cosa che accade. Ma sono pronta a qualsiasi passo sarà necessario fare pur di non tornare a vivere in Calabria, che per quanto ami, so che è terreno ostile per la mia mente.

Ormai è qualche notte che ho ricominciato ad addormentarmi piangendo perché le ombre del mio passato ancora mi inseguono tramite incubi e tramite mancanze, ma la mattina mi sveglio ancora e ancora cerco di promettermi di essere in qualche modo produttiva. D'altronde ho davvero molte cose da fare in arretrato, quindi la possibilità di attivarmi non mi manca. Solo che è difficile fare qualcosa che richieda sforzo mentale quando ho solo voglia di chiudermi in un bozzolo di coperte e dormire e piangere alternativamente. Sono di nuovo in una fase bassa, ma non ho paura di cadere. Perché sono già a terra e da qui sono stabile.

Mi rendo conto che nonostante attualmente io non sia da nessuna parte e che ancora debba fare grandi lavori su me stessa, sono esattamente ciò che vorrei essere come persona, nel mio rapporto con gli altri. E questa certezza mi riscalda il cuore e mi permette di stare meglio parlando con gli altri. Anche se sembra stupido, per me è un'enorme vittoria.

Solo che questo periodo è particolarmente difficile per me perché si avvicina il mio compleanno (e quello del mio ex, e vabbè) e negli ultimi anni ero stata particolarmente felice. Ero a Gubbio, circondata da persone che mi hanno riempito di sorprese, persone che ora non fanno più parte della mia vita. Ho continuato a festeggiare per una cosa tipo due mesi e ho ricevuto moltissimi regali da vicino e da lontano. E avevo già preso l'abitudine ad organizzare la festa per me e per lui.
E invece hanno sempre questa orrenda abilità di cambiare e levarti tutte le cose buone. Ed anche i ricordi positivi diventano negativi.

La mia consolazione attuale è che ora in questo periodo dell'anno posso pensare solo a me e che quest'anno, se tutto andrà bene, per il mio compleanno sarò lì dove per molti anni ho sognato di lavorare: in uno scavo archeologico con l'università. Non so come andrà, ma penso sia arrivato il momento per me di mettermi nuovamente alla prova.
E anche solo l'averlo pensato mi fa stare meglio e mi fa pensare che sono sulla strada giusta. Spero solo che tutto andrà bene, ma come sempre non ho del tutto potere su questo. Di sicuro mi impegnerò come meglio posso.

E quindi niente, credo che sia uno di quei fantastici periodi in cui tutto è andato e continua ad andare allo scatafascio, in cui le persone che ho accanto non so per quanto tempo ci rimarranno, in cui non ho idea di cosa ne sarà di me a breve termine, ma chissenefrega. Troverò il modo di sopravvivere.
Come ho sempre fatto finora.





ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

lunedì 28 agosto 2017

In the eye of the storm.


Anche quest'anno sono sopravvissuta alle vacanze in Calabria.
Non vedevo l'ora di cambiare aria e, anche se lì è il disagio, mi è servito.
Mi sono aggrappata alla compagnia che avevo vicino e, nonostante dei momenti bui, non sono affondata.
I miei stanno male dopo le perdite che hanno subito e sono preoccupata per loro. Ma mi ormai chiaro che non posso fare nulla per questo, perché sebbene la mia compagnia li sollevi un po', affossa me restare lì a lungo.
Mi sono concentrata sul pensare logicamente, sul capire cosa dover fare nei prossimi mesi per continuare a vivere a Firenze: in realtà mi sono stancata di questa città che finora mi ha dato più dolori che gioie, ma non è il momento adatto per me per lasciarla. Tuttavia, dopo la perdita della mia ultima nonna, non ho più i fondi per pagarmi l'affitto. I miei genitori mi hanno dato gli ultimi tre mesi di tempo, e poi boh.
Farò del mio meglio per trovare il modo per restare, ma stavolta senza andare contro alla mia salute e alle mie indoli. Non so ancora quali siano i miei obiettivi, ma ricorrerò a tutti i mezzi che ritengo giusti per provare a rimanere qui. In fondo, ciò che mi ha sempre salvato finora sono i legami e sono sicura di avere degli amici che mi potrebbero ospitare per un periodo, qualora le cose mi sfuggissero di mano.
Sono molto spaventata da tutto questo enorme cambiamento ed incertezza, ma ora non sono più in bilico semplicemente perché è crollato tutto: ho i piedi per terra, e da qui posso solo iniziare a camminare. Non so arrivando dove, ma da qualche parte arriverò.

Per cominciare ho preso tutto il coraggio (e forse lo stordimento da rientro) che ho e l'ho usato per eliminare le foto del mio ex dai miei account social: non sono sicura di aver eliminato tutto, ma tanto mi sono rassegnata a veder rispuntare oggetti, immagini, pensieri suoi da ogni angolo. Era la prima volta nella mia vita che non compivo una damnatio memoriae dopo che un legame così si era infranto, ma ora ho capito che dovevo assolutamente farlo perché ogni volta che dovevo cercare qualcosa tra i vecchi post, mi venivano fuori tutte quelle foto e stavo troppo male.
Le ho affrontate ora, tutte insieme, da sola e trattenendo le lacrime, che so che è inutile versare. Non voglio più vederlo né sapere niente di lui e di chi gli sta vicino dopo le ultime esperienze che ho avuto in merito e, nonostante continui a sognarlo e a ricordare i momenti vissuti insieme, so che devo continuare a separarmene perché è ormai palese che non fosse la persona adatta a me.
Sarebbe stato bello se lo fosse stato, questo sì. Ma non lo era.

Tra qualche giorno ripartirò per un altro progetto europeo, in Slovacchia e stavolta sarò da sola in mezzo a sconosciuti. E ancor di più, al ritorno mi fermerò per qualche giorno in Croazia e a quel punto sarò davvero da sola all'estero per la prima volta in vita mia. Chissà come mi sentirò a fare la turista da sola, a scoprire nuove cose da sola, a cavarmela da sola. Sono sia spaventata che curiosa di mettermi alla prova, e in qualche modo troverò la strada per tornare a casa cambiata, ancora una volta.
Ho scoperto che a Zagabria c'è un museo che è un inno alla mia vita, e cioè il "museo delle relazioni interrotte": è il primo al mondo di questo tipo sociologico e da anni raccolgono oggetti donati da ex fidanzati di tutto il mondo. Ho scritto loro per sapere se anche io potessi diventare una donatrice e loro mi hanno risposto entusiasti di sì (credo che abbiano poco o niente dall'Italia): quindi tutti gli scatoloni che mi ostino a conservare (così come le foto che ho eliminato da internet, ma conservato in cartelle nascoste) hanno un senso. Ovviamente mi limiterò a portare materiale solo delle ultime relazioni più mature che ho avuto e solo gli oggetti che mi sembrano migliori o più importanti. Per tutto il resto hanno una piattaforma multimediale in cui chiunque può donare immagini o lettere.

Sento questo gran bisogno, da sempre e ora più che mai, di liberarmi dalle zavorre del passato.
Forse per risalire dal fondo in cui mi trovo è giunto il momento di abbandonare tutti i bagagli e scalare le pareti a mani nude.

Nel frattempo sul sito ufficiale di SCF hanno pubblicato un mio breve racconto angosciante che ho scritto mesi fa: Incubo.
Non è chissà quale notizia, ma è qualcosa.




ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.

sabato 29 luglio 2017

onthebottom (this is not a news, I know)

E' tornato.
E' ormai qualche giorno che riesco a fare sempre meno, nonostante sia piena di cose da fare in arretrato.
Sono tornati i lunghissimi momenti, le lunghissime giornate, in cui non riesco più ad essere produttiva e sento il mio corpo pesante come piombo, tanto da non riuscire a muoverlo.
Sto di nuovo smettendo di mangiare e ogni volta che mi sforzo di farlo entro almeno un po' nella conosciuta irrequietudine, e quello è l'unico momento in cui mi obbligo a tenermi in movimento, a sbrigare cose per casa a caso pur di non stare ferma a pensare al mio malessere.
Non ho più voglia di uscire, né di vedere nessuno che non sia un volto sicuro, come magari quello di Santi in giro per casa che sbriga le sue cose. In questo momento sono in camera sua, la più fresca della casa, e la guardo mentre lavora al progetto: da un lato invidio la sua forza e la sua fermezza che l'hanno portata a superare i brutti momenti; lei riesce a mangiare, a studiare, a fare tutto ciò che deve e vuole. Dall'altro però mi sento in colpa perché riesce in tutto questo, ed io no. Mi sento giudicata da lei, dai miei, ma probabilmente il giudizio più duro me lo impongo da sola.
Questi anni di terapia se non altro mi hanno insegnato a rimanere lucida anche mentre sto sprofondando, a riconoscere i sintomi e ad accettare un po' di più la mia condizione, cercando di fare il minimo indispensabile per sopravvivere e per sentirmi utile: devo bere per non disidratarmi, devo mangiare qualcosa quando sento la pressione andare troppo giù, devo parlare con qualcuno di qualsiasi cosa, devo fare anche solo una piccola cosa necessaria, devo alzarmi e camminare ogni tanto, e via dicendo.
Devo farlo, ma non ne ho voglia. Vorrei solo sprofondare sul letto e scomparire, senza creare lutti a nessuno, come se non fossi esistita. Tanto alla fine il risultato sarà uguale perché non sto riuscendo a fare niente per cui essere ricordata, niente di utile per la società che mi chiede ora più che mai di farlo.
Tutte le persone con cui negli ultimi anni mi ero faticosamente costruita una stabilità non ci sono più nella mia vita.
Quella che sono riuscita a costruirmi, almeno un po', negli ultimi mesi mi sta consentendo a malapena di arrivare ogni giorno a fine giornata.
Scappo dai ricordi del passato di continuo e se penso al futuro, anche solo da qui a fra un mese, mi sembra di impazzire.
Non ho nessuna certezza, all'infuori di questa cosa informe che sono io.

In questo momento niente ha valore e nessuno mi sembra in grado di aiutarmi.
La razionalità mi dice che passerà anche stavolta.
Tutto il resto mi urla di spegnermi.
Ed io non posso farlo per le persone che mi vogliono bene. Che non si accontentano del fatto che io sopravviva perché dovrei essere più attiva, più produttiva, più attenta alle loro necessità, più costruttiva per il mio futuro.
Ma io ogni giorno mi chiedo che senso abbia questa corsa al premio, questo costruire una vita che comunque tra 60-70 anni verrà disfatta, questo dover faticare così tanto anche solo per continuare a sopravvivere come un qualsiasi altro animale.
Sarebbe bello se lo fossi. Ma invece sono nata dotata d'intelletto, a quanto pare difettato.
E tutti pretendono da me di più, e io non so darglielo.
Vorrei fare in modo di restare da sola, da sola per sempre, ma so che durerei poco perché sono un animale sociale e avrei bisogno di aiuto a volte. Perché ho dei maledetti ed inutili sentimenti.
Non ho mai saputo cosa farmene di tutto questo amore, di tutto questo rimescolare che a volte mi porta a scrivere, altre ad abbracciare, altre a stare vicino a persone anche sconosciute.
Vorrei spegnerli, spegnerli tutti definitivamente nell'apatia, perché a che mi serve provare felicità, innamorarmi, sperare che tutto andrà bene, se poi tutto si uccide nel dolore, nella rabbia, nella delusione.

E così finisco per oscillare come un pendolo rotto, confondendo e ferendo anche chi cerca di starmi vicino come può, passando da momenti di euforia, da momenti in cui riesco a spegnere il cervello e pensare che in qualche modo troverò il mio posto, a momenti più lunghi, più lenti, più profondi in cui allontano gli altri in tutti i modi che conosco per stare da sola, chiudermi nel mio bozzolo (in)sicuro e spegnermi come posso. Andrebbe bene anche così, se solo servisse a qualcosa. Se solo servisse a guarire, se solo servisse a rialzarmi, prima o poi.
Ma invece resterò così per sempre, guasta in un mondo in cui quasi tutti riescono ad avere uno scopo, fuori posto, alla continua ricerca di me stessa, di quello che voglio, inseguendo obiettivi che via via mi creo e via via mi chiudono porte in faccia, senza dei veri sogni, angosciata dagli incubi di ogni notte, fuggendo dai ricordi, e chiedendomi di continuo il perché di tutto, il perché della normalità, il perché della mia anormalità.
Anormale, ma non troppo. Seduta su quella sottile linea che mi consente di essere scambiata per una persona a posto, per una persona che è soltanto pigra, che non sa fare niente, che non ha idee chiare. Che mi consente di guardare nel vuoto e tremare e bramarlo.

Sul fondo.
C'è sempre un punto più basso.




ArHaL
Il tempo cambia il volto delle cose, anche dei ricordi.